3 strumenti per comprendere davvero il senso di abitare dei tuoi clienti
C’è una domanda che ogni progettista dovrebbe porsi prima di iniziare qualsiasi progetto:
stiamo progettando uno spazio… o stiamo interpretando una vita?
Nel lavoro di MeM, questa non è una riflessione teorica, ma un punto di partenza operativo.
Perché abitare non è una questione di metri quadrati, né di stile. È una costruzione complessa fatta di memoria, emozioni, abitudini e bisogni profondi, spesso non esplicitati.
Nel dialogo con i clienti emerge con chiarezza una dinamica ricorrente:
le persone raramente sanno dire cosa vogliono, ma raccontano perfettamente come vivono.
Ed è proprio in questo scarto che si apre lo spazio progettuale.
Due esempi concreti
Nel corso delle attività di consulenza e formazione, MeM si trova spesso di fronte a situazioni apparentemente semplici, ma in realtà complesse da decodificare.
Caso 1 – “Voglio una casa più luminosa”
Un cliente esprime il desiderio di avere più luce. La richiesta sembra tecnica e immediata.
Ma durante il processo di ascolto emerge che la casa è già molto luminosa. Il vero problema non è la quantità di luce, ma la sua qualità: luce fredda, non modulata, percepita come espositiva e poco accogliente.
Il bisogno reale non è “più luce”, ma maggiore protezione, intimità e controllo percettivo.
Caso 2 – “Mi piacciono gli spazi minimal”
Un altro cliente porta immagini di interni essenziali, ordinati, quasi vuoti.
Ma nel racconto quotidiano emerge una vita familiare dinamica, ricca di oggetti, relazioni e attività.
Il minimalismo non è uno stile desiderato, ma una proiezione di un bisogno: ridurre il caos mentale e trovare equilibrio.
In entrambi i casi, il rischio progettuale è evidente:
prendere la richiesta letterale e tradurla in forma, senza aver compreso il significato.
Per questo, nel metodo MeM, il progetto non parte dalle scelte estetiche, ma da un lavoro di indagine sul senso dell’abitare.
Si tratta di utilizzare strumenti capaci di far emergere ciò che normalmente resta implicito.
Nei paragrafi che seguono condividiamo tre strumenti operativi, utilizzati sia nei progetti sia nei percorsi formativi, che permettono al progettista di accedere a un livello di ascolto più profondo e trasformarlo in scelte progettuali coerenti.
1. L’intervista: strutturare l’ascolto, non improvvisarlo

Crediti immagine: Esra Afşar
Nel metodo MeM, l’intervista non è una fase preliminare “soft”, ma un vero e proprio strumento progettuale.
Uno dei riferimenti più solidi in questo ambito è il “Questionario di Psicologia dell’Abitare – G.H.A. Guidelines for Housing Analysis”, sviluppato da Donatella Caprioglio e Ottavia Damian (2022) .
Si tratta di uno strumento strutturato pensato per accompagnare il cliente verso una maggiore consapevolezza del proprio stile abitativo, indagando non solo bisogni espliciti, ma anche dinamiche inconsce, memoria degli spazi e vissuto emotivo.
Perché questo strumento è così potente?
A differenza del classico brief, il questionario introduce una logica fondamentale:
non si parte dalla casa, ma dalla persona.
Le domande seguono una progressione precisa:
- dal generale (“Che cos’è la casa per lei?”)
- al vissuto attuale (“Come sta nella sua casa?”)
- fino alla dimensione più profonda e simbolica (“Che significato hanno gli spazi e gli oggetti?”)
Questo passaggio è cruciale perché permette di costruire una lettura multilivello:
- territorio (contesto abitativo, quartiere, relazione con l’esterno)
- spazio domestico (uso reale delle stanze, dinamiche familiari)
- dimensione emotiva e simbolica (ricordi, bisogni, percezione di benessere o disagio)
Come evidenziato nel questionario, “ci si porta dentro tutte le case del proprio passato” e queste influenzano, spesso inconsapevolmente, le scelte future.
2. La lettera alla casa: quando il progetto passa attraverso la scrittura

Crediti immagine: Nur Yilmaz
Tra gli strumenti più trasformativi – e spesso sottovalutati – nel processo progettuale c’è la scrittura.
La “lettera alla casa” è un vero e proprio dispositivo di accesso alla dimensione profonda dell’abitare.
Chiedere a un cliente di iniziare con:
“Cara casa…”
significa attivare qualcosa di completamente diverso rispetto a un’intervista.
Perché la scrittura funziona?
A differenza del dialogo, la scrittura introduce:
- tempo lento
- assenza di giudizio immediato
- spazio di introspezione
Nel momento in cui una persona scrive, smette di rispondere e inizia a riflettere.
Non deve essere coerente, non deve essere tecnica, non deve “piacere” al progettista. Può essere contraddittoria, emotiva, incompleta. Ed è proprio lì che risiede il valore.
La scrittura permette di far emergere:
- desideri non dichiarati
- paure (spesso legate a protezione, controllo, esposizione)
- conflitti interni (ordine vs libertà, apertura vs intimità)
- bisogni identitari
È uno spazio in cui il cliente si autorizza a dire cose che, in un colloquio, difficilmente emergerebbero.
Un passaggio fondamentale: dalla casa come oggetto alla casa come relazione
Scrivere una lettera implica una cosa precisa:
la casa smette di essere uno spazio e diventa un interlocutore.
Questo spostamento è progettualmente potentissimo.
Non si parla più di:
- cucina open space
- stile minimal
- materiali
Ma di:
- rifugio
- protezione
- libertà
- appartenenza
Il progetto cambia completamente scala.
Cosa osservare come progettisti
Il valore della lettera non sta solo nel contenuto, ma in come viene scritto.
Un progettista allenato osserva:
- le parole ricorrenti (“mi manca”, “vorrei”, “non sopporto”)
- il tono (nostalgico, frustrato, desiderante)
- le immagini evocate (luce, silenzio, natura, ordine…)
- le contraddizioni
Ad esempio:
- un cliente che scrive “voglio una casa aperta” ma usa continuamente parole legate alla protezione → bisogno di confine sicuro
- un cliente che parla di ordine ma descrive la casa come “viva e piena” → bisogno di equilibrio, non di sottrazione
Quando utilizzarla
Questo strumento diventa particolarmente efficace quando:
- il cliente è indeciso
- il progetto è in una fase di stallo
- emergono richieste incoerenti
- si percepisce una distanza tra ciò che viene detto e ciò che viene vissuto
Ma è altrettanto potente anche all’inizio, per impostare il progetto su un livello più profondo.
In sintesi
La lettera alla casa è uno strumento che:
- rallenta il processo
- aumenta la consapevolezza del cliente
- restituisce al progettista una materia progettuale autentica
E soprattutto introduce un cambio di paradigma fondamentale:
il progetto non nasce da ciò che il cliente chiede, ma da ciò che il cliente è pronto a riconoscere.
3. Immagini ispirazionali: leggere la vita, non lo stile

Crediti immagine: Taryn Elliott
Uno degli strumenti più utilizzati dai progettisti è la raccolta di immagini di riferimento. Ma è anche uno dei più fraintesi.
Nel metodo MeM, le immagini non servono a definire uno stile.
Servono a comprendere una persona.
Per questo, la richiesta cambia radicalmente: non immagini di interni, ma immagini legate all’esperienza di vita.
Perché non chiedere immagini di case
Le immagini di interni – Pinterest, riviste, social – sono spesso:
- filtrate
- idealizzate
- scollegate dalla vita reale
Raccontano cosa piace, ma non spiegano perché.
Un cliente può salvare:
- ambienti minimal
- spazi nordici
- case contemporanee
Ma questo non significa che siano coerenti con il suo modo di abitare.
Il rischio è progettare uno spazio “giusto” per l’immaginario, ma sbagliato per la vita reale.
Cosa chiedere davvero
Nel lavoro con i clienti, MeM propone una raccolta di immagini completamente diversa:
- luoghi vissuti o desiderati
- paesaggi naturali
- atmosfere
- dettagli materici
- scene di vita
Non si chiede: “che casa ti piace?”
Ma: “in quale atmosfera ti senti bene?”
Cosa emerge davvero
Le immagini diventano uno strumento di lettura potente, perché permettono di individuare:
- ritmo → lento / dinamico
- livello di stimolazione → silenzio / attivazione
- rapporto con lo spazio → apertura / protezione
- connessione con la natura → presenza / assenza
- qualità sensoriale → luce diffusa, matericità, suono, temperatura
Ad esempio:
- immagini di boschi fitti e luce filtrata → bisogno di protezione e contenimento
- paesaggi aperti e luminosi → bisogno di respiro e libertà
- scene domestiche intime → bisogno di relazione e calore
Qui non si parla più di stile, ma di regolazione emotiva attraverso lo spazio.
Il ruolo del progettista
In questo processo, il progettista non seleziona immagini. Le interpreta.
Non costruisce moodboard estetiche, ma mappe percettive.
È un passaggio sottile ma fondamentale: dalla composizione visiva alla traduzione progettuale dell’esperienza.
Progettare significa ascoltare (davvero)

Crediti immagine: Çisel Bozar
Intervista, scrittura, immagini.
Tre strumenti diversi, ma un unico obiettivo:
andare oltre ciò che il cliente dice, per comprendere ciò che vive.
Perché il vero errore progettuale non è scegliere il colore sbagliato.
È costruire uno spazio coerente… per una persona che non esiste.
Vuoi approfondire questi strumenti?
Questi strumenti fanno parte dei percorsi formativi MeM, pensati per progettisti che vogliono integrare competenze di psicologia ambientale, ascolto e progettazione sensoriale nel proprio lavoro.
Organizziamo anche percorsi personalizzati, costruiti su misura per studi di progettazione e professionisti che desiderano applicare concretamente questi metodi nei propri progetti.
Scrivici per costruire insieme il tuo percorso all’indirizzo mail info@memlab.it.
Articolo a cura di Giorgia Donini
Founder MeM – Interior stylist specializzata nell’ascolto e nella progettazione del benessere abitativo