Per chi stiamo progettando? Il Biophilic Design tra biologia, psicologia, evoluzione e relazione con l’ambiente naturale

Perché costruiamo? Che cosa costruiamo? Come costruiamo? Perché costruiamo in un certo modo? E, soprattutto, per chi costruiamo?

Sono domande apparentemente semplici, eppure racchiudono una delle questioni più importanti del progetto contemporaneo.

Architettura, urbanistica e interior design stanno attraversando una profonda trasformazione. Parliamo sempre più frequentemente di sostenibilità, rigenerazione urbana, efficienza energetica, innovazione tecnologica, materiali performanti e riduzione dell’impatto ambientale. Temi imprescindibili, che stanno modificando il modo in cui pensiamo e costruiamo gli ambienti.

Ma esistono domande che rischiano ancora di rimanere sullo sfondo:

Per chi progettiamo? Chi sono gli utenti degli spazi? Quali caratteristiche ed esigenze hanno e perché? 

È proprio da questa riflessione di Bettina Bolten, Biophilic Design Consultant, che vogliamo partire per affrontare un tema centrale per MeM: riportare l’esperienza umana all’interno del processo progettuale e comprendere quale ruolo possa assumere, in questa prospettiva, il Biophilic Design.

 

Dal progetto dello spazio al progetto dell’esperienza

Quando iniziamo un progetto siamo abituati a confrontarci con elementi concreti: contesti, morfologie, metri quadrati, funzioni, flussi, normative, regolamenti, sicurezza, budget, materiali, prestazioni, bisogni, tempi, ecc.

Il “che cosa” e il “come” sono relativamente facili da definire, perché possono essere descritti, misurati e verificati.

Il “per chi” è più complesso.

Dietro la definizione generica di “utente” esistono persone con età, capacità, esperienze, storie, abitudini, aspettative e modalità percettive differenti. Persone che utilizzeranno quello stesso ambiente in momenti diversi e per attività diverse. Esseri umani che condividono caratteristiche proprie della nostra specie, plasmate da una lunga storia evoluzionistica, ma che presentano anche specificità individuali.

Pensiamo a un ufficio.

Una stessa configurazione spaziale può essere vissuta in maniera differente da chi necessita di concentrazione prolungata, da chi trascorre buona parte della giornata in relazione con gli altri o da chi alterna attività individuali e collaborative. E può essere percepita diversamente anche in funzione a una maggiore tendenza all’introversione o all’estroversione degli utenti.

Oppure pensiamo a una scuola. Lo stesso corridoio è contemporaneamente un percorso, un luogo di incontro, uno spazio di attesa, una soglia tra attività differenti e, potenzialmente, un ambiente capace di generare stimolazione o sovraccarico, ma anche esperienze differenti in funzione delle caratteristiche, delle sensibilità e delle modalità percettive di ogni singola persona.

La funzione descrive ciò che dovrebbe accadere in uno spazio. L’esperienza ci racconta come quello spazio viene realmente vissuto.

Ed è in questo passaggio dal progetto all’esperienza che un intervento può fare una grande differenza.

Crediti immagini: Pexel 

Il limite dell’“utente medio”

Progettare per le persone richiede innanzitutto di superare una semplificazione ancora molto diffusa: immaginare un utente astratto e sempre prevedibile.

Dati demografici, standard dimensionali, personas e profili di utilizzo sono strumenti preziosi, ma raccontano soltanto una parte della realtà.

Due persone appartenenti alla stessa fascia d’età e con caratteristiche apparentemente simili possono vivere lo stesso ambiente in maniera profondamente diversa.

Per questo l’ascolto assume un importante ruolo progettuale. Interviste, osservazione dei comportamenti, analisi dei percorsi, studio delle routine e coinvolgimento diretto degli utenti permettono di far emergere informazioni che difficilmente possono essere comprese osservando soltanto una planimetria.

La domanda cambia.

Da: “Quale spazio dobbiamo progettare?” a: “Quali condizioni vogliamo creare per le persone che lo vivranno per farle stare bene?”

Crediti immagini: Pexel 

Il “per chi” cambia le decisioni progettuali

Studiare e conoscere le caratteristiche e i bisogni collettivi e individuali delle persone rischia di rimanere uno slogan se ciò che emerge dalle evidenze e dall’ascolto non viene successivamente tradotto in criteri progettuali concreti.

Comprendere che un ambiente deve favorire la concentrazione, ad esempio, significa interrogarsi sulla qualità acustica, sulle interferenze visive, sulla possibilità di scegliere diversi livelli di esposizione, sulla luce e sulla presenza di condizioni potenzialmente rigenerative.

Individuare un bisogno di sicurezza significa lavorare sulla leggibilità dello spazio, sulle viste, sulle soglie, sull’orientamento e sulla possibilità di comprendere intuitivamente dove ci troviamo e dove possiamo andare.

Favorire la relazione richiede invece di interrogarsi sulle distanze, sulle configurazioni spaziali, sulle occasioni di incontro e sull’equilibrio tra socialità e possibilità di ritirarsi.

Il passaggio fondamentale è proprio questo: trasformare la conoscenza delle persone in criteri progettuali fondati, coerenti e verificabili.

 

Natura significa anche relazione

C’è poi un passaggio della riflessione di Bettina Bolten particolarmente importante. La riconnessione che il Biophilic Design ricerca riguarda certamente la Natura, ma coinvolge anche la relazione con gli altri (non solo umani).

Gli esseri umani sono parte del sistema naturale e sociale nel quale vivono. Un ambiente orientato al benessere dovrebbe quindi creare condizioni favorevoli tanto alla rigenerazione individuale quanto all’incontro, alla condivisione e al senso di appartenenza, riconoscendo al tempo stesso la nostra appartenenza a un sistema naturale più ampio.

Questo significa superare una lettura puramente estetica e antropocentrica della biofilia.

Una parete verde può essere un elemento interessante, ma da sola ci dice poco sulla qualità biofila complessiva di uno spazio.

 

Dobbiamo chiederci piuttosto:
Come viene vissuto quell’ambiente?
Quali relazioni permette?
Quali possibilità di scelta offre?
Quali stimoli genera?
Quali condizioni favoriscono recupero, orientamento, sicurezza e connessione?

Progettare con le persone, prima ancora che per le persone

Il passaggio forse più significativo riguarda però il processo stesso. Se vogliamo conoscere davvero il “per chi”, l’utente può assumere un ruolo più attivo nella costruzione del progetto.

Ascoltare significa lasciare spazio a bisogni che il progettista potrebbe non avere previsto. Osservare significa accettare che l’utilizzo reale di un ambiente possa essere differente da quello immaginato. Coinvolgere significa riconoscere alle persone una conoscenza fondamentale: quella derivante dall’esperienza quotidiana dei luoghi.

Il progettista mantiene la propria competenza e responsabilità, ma le mette in dialogo con altre conoscenze.

È una prospettiva particolarmente importante quando progettiamo scuole, ospedali, luoghi di lavoro, spazi pubblici e tutti quegli ambienti attraversati da comunità eterogenee.

Crediti immagini: Pexel 

 

Il “perché” delle nostre risposte all’ambiente

C’è un’ultima domanda che è strettamente legata alla domanda “per chi”.

Perché alcune caratteristiche dell’ambiente influenzano il nostro modo di percepire, comportarci e stare bene? Perché alcune configurazioni spaziali possono favorire la sicurezza, l’esplorazione, la concentrazione o la socialità? E, soprattutto, perché alcune soluzioni progettuali sembrano funzionare meglio di altre? 

Per rispondere a queste domande non basta osservare ciò che le persone fanno oggi. È necessario comprendere anche da dove provengono le nostre risposte all’ambiente.

La psicologia evoluzionistica e la biologia evoluzionistica ci invitano a considerare l’essere umano come un organismo plasmato da una lunga storia, nel corso della quale ha sviluppato specifiche capacità percettive, cognitive, comportamentali e fisiologiche in relazione all’ambiente, per garantire la sopravvivenza della nostra specie.

Questo non significa automaticamente che esista una formula universale per progettare gli spazi, né che ogni risposta umana possa essere spiegata soltanto attraverso l’evoluzione.

Significa però aggiungere al progetto una domanda fondamentale:

perché siamo fatti in questo modo e che cosa ci dice questo sulla nostra relazione con l’ambiente?

È qui che la scienza può offrire un contributo fondamentale al progetto: non soltanto descrivendo come le persone rispondono all’ambiente, ma cercando di comprendere perché lo fanno e quali meccanismi biologici, psicologici ed evoluzionistici possono essere alla base di queste risposte.

 

E questo cambia profondamente il modo di progettare.

Non si tratta più soltanto di sapere che cosa fare, ma di comprendere perché lo dobbiamo fare.

Il Biophilic Design può quindi essere letto come un campo nel quale evoluzione, biologia, psicologia e progettazione possono dialogare per comprendere più profondamente la relazione tra persone e ambiente.

 

Cinque domande da portare nel prossimo progetto

La riflessione di Bettina Bolten può allora trasformarsi in un esercizio da utilizzare prima ancora di iniziare a disegnare:

  1. Perché stiamo costruendo? Quale cambiamento vogliamo generare attraverso il nostro intervento?
  2. Che cosa stiamo costruendo? Quali funzioni deve accogliere e quali esperienze dovrebbe rendere possibili?
  3. Come lo stiamo costruendo? Le nostre scelte spaziali, strutturali, materiche, ambientali e tecnologiche sono coerenti con gli obiettivi prefissati?
  4. Per chi stiamo costruendo? Chi vivrà realmente questi luoghi, quali bisogni presenta e quanto conosciamo della sua esperienza?
  5. Perché stiamo costruendo così? Su quali evidenze scientifiche possiamo basare le nostre strategie progettuali?

La quarta domanda attraversa inevitabilmente tutte le altre.

Perché possiamo progettare un edificio efficiente, tecnologicamente avanzato e ambientalmente responsabile. Ma la qualità di uno spazio si misura anche nella sua capacità di entrare in relazione con le persone che lo abitano e contribuire positivamente alla loro esperienza quotidiana.

 

Tornare alla domanda fondamentale

In un momento storico in cui sostenibilità ambientale e innovazione stanno ridefinendo il progetto, il Biophilic Design introduce una responsabilità ulteriore: tenere insieme la salute degli ecosistemi e la qualità della vita umana attraverso un approccio in linea con il concetto di “One Health”.

Significa tornare a osservare le persone, riconoscerne differenze e bisogni, comprendere le relazioni che costruiscono con gli ambienti e restituire alla Natura un ruolo strutturale e fondamentale nell’esperienza dello spazio.

 

Questo articolo nasce da una riflessione di Bettina Bolten, Biophilic Design Consultant e docente MeM, sul ruolo delle persone e della Natura nel processo progettuale.