Biophilic Design: tra consapevolezza progettuale e trasformazione sensoriale: intervista a Bettina Bolten.

In un momento storico in cui la progettazione è chiamata a rispondere a sfide ambientali, sociali e culturali sempre più complesse, il Biophilic Design rappresenta un approccio concreto e scientificamente fondato per rigenerare il nostro modo di abitare.

Per questo motivo, abbiamo voluto dialogare con Bettina Bolten, tra le massime esperte italiane di Biofilia e progettazione biofila, nonché docente MeM e punto di riferimento a livello internazionale.
La sua visione – profonda, competente e sempre attenta all’impatto umano degli spazi – ci aiuta a comprendere cosa significa davvero progettare con la natura e perché oggi è una scelta non più rimandabile.

Credits: Rüveyda

MeM: “Negli ultimi anni si è parlato molto di Biophilic Design: oggi quali rischi vedi nella sua crescente diffusione? Ci sono fraintendimenti o banalizzazioni che è importante chiarire?”

B.B.: “Negli ultimi anni si è parlato sempre più di biofilia e Biophilic Design, ma la mia esperienza diretta negli studi di architettura e ingegneria in Italia – durante attività di consulenza e formazione – rivela una realtà ancora frammentaria. Questi concetti non fanno ancora parte del bagaglio culturale e operativo di molti professionisti, sebbene si noti un primo, incoraggiante interesse da parte di progettisti, aziende e, in misura crescente, anche di un pubblico più ampio.

Questo nuovo interesse è un segnale positivo: indica che sta emergendo la consapevolezza dell’urgenza di ristabilire un legame autentico e affettivo tra l’essere umano e la Natura, soprattutto negli spazi artificiali che abitiamo ogni giorno. Tuttavia, proprio questa crescente attenzione rischia di tradursi in fraintendimenti e semplificazioni.

Il primo rischio è la banalizzazione del Biophilic Design, spesso ridotto alla semplice introduzione di elementi vegetali: piante in vaso, pareti verdi, tetti giardino. Sebbene questi interventi possano far parte di un progetto biofilo, non ne rappresentano l’essenza. Il Biophilic Design è, in realtà, un approccio progettuale complesso e interdisciplinare, fondato su decenni di ricerca in psicologia e biologia evoluzionistica, psicologia ambientale, geografia, antropologia, architettura e – più recentemente – anche nelle neuroscienze. Il suo obiettivo non è (solo) estetico, ma quello di promuovere benessere fisico, salute mentale e connessioni emotive con lo spazio, attraverso strategie integrate e misurabili.

Un secondo fraintendimento riguarda la percezione che il Biophilic Design sia un “opzione accessoria”, da valutare solo se restano tempo e budget. Spesso trattato come un lusso o un’aggiunta facoltativa, viene relegato alla fine del processo, secondo una logica bottom-up. Al contrario, dovrebbe essere un principio guida sin dalle prime fasi del progetto, integrato con gli aspetti energetici, normativi, tecnici, ambientali, sociali ed economici. Quando viene pianificato con attenzione, non comporta necessariamente costi maggiori, anzi: può contribuire alla riduzione di sprechi, migliorare l’efficienza del progetto e aumentarne la durata e la qualità nel tempo.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda la dimensione universale, culturale, sociale e inclusiva della biofilia. Il bisogno di connessione con la Natura è profondamente radicato nell’evoluzione dell’essere umano e – nonostante le differenze culturali, generazionali o personali – rappresenta un’esigenza condivisa, non un privilegio per pochi. Ridurre il Biophilic Design a una tendenza estetica riservata a contesti di lusso ne tradisce completamente il significato: si tratta di uno strumento progettuale trasversale, capace di rispondere a bisogni profondi e comuni.

Se vogliamo che il Biophilic Design diventi davvero uno strumento di trasformazione per l’architettura contemporanea, è necessario uscire dalle semplificazioni, superare i cliché e riconoscerne la complessità. Non è una moda, ma un cambio di paradigma che chiede a noi progettisti di ripensare il nostro ruolo, di uscire dalla comfort zone e di adottare una visione più ampia, scientifica e orientata al benessere dell’essere umano e dell’ambiente.“

Credits: Alp Yıldızlar

MeM: “In che modo il Biophilic Design può contribuire in modo misurabile a temi come la produttività negli uffici, il tempo di permanenza in uno spazio retail o il comfort in ambito hospitality?”

B.B.: “Negli ultimi anni, il Biophilic Design si è affermato come uno degli approcci progettuali più efficaci per migliorare la qualità percepita ed effettiva degli ambienti costruiti. A sostegno di questo sviluppo, è cresciuto un corpus solido di osservazioni, sperimentazioni e ricerche multidisciplinari che indagano in modo sistematico l’impatto della progettazione biofila su comportamenti, percezioni e performance delle persone in diversi contesti d’uso.

Nel settore uffici, l’interesse si concentra sui benefici in termini di riduzione dello stress, aumento del benessere psico-fisico e miglioramento della produttività, con potenziali ricadute su parametri aziendali strategici come l’assenteismo, la qualità della concentrazione, lo spirito di collaborazione e l’attrattiva e la retention dei talenti.Sempre più imprese stanno sperimentando ambienti ispirati alla Natura, per ottimizzare il comfort e la funzionalità del lavoro quotidiano.

Nel mondo del retail, il Biophilic Design viene applicato per migliorare l’esperienza del cliente: facilitare la permanenza nello spazio, rafforzare la percezione positiva del brand e creare un legame più profondo con il prodotto e i valori dei brand. I benefici non riguardano solo i clienti: anche i dipendenti traggono vantaggio da ambienti più naturali e accoglienti, che riducono lo stress e migliorano la qualità del lavoro e delle relazioni. Elementi come luce naturale, materiali naturali, vegetazione e suggestioni simboliche della Natura stanno dimostrando di poter influenzare l’esperienza d’acquisto e, indirettamente, indicatori economici rilevanti.

Nel settore hospitality, il Biophilic Design è sempre più integrato nella progettazione per elevare il comfort percepito, generare atmosfererigenerative e accoglienti con un buon livello di privacy, e consolidare l’identità valoriale e sensoriale della struttura. La presenza di elementi naturali, reali o evocativi, incide positivamente sulla soddisfazione del cliente, sulla fidelizzazione e sull’immagine complessiva della struttura ricettiva.

Nonostante si tratti di un ambito in costante evoluzione, i dati raccolti finora rappresentano una base solida per progettisti, developer e investitori interessati a integrare Natura, benessere e qualità ambientale nei loro progetti.

Il Biophilic Design è oggi uno strumento strategico che può contribuire in modo trasversale al raggiungimento di obiettivi funzionali, commerciali e culturali. E siamo solo all’inizio: nei prossimi anni, le evidenze cresceranno, insieme al numero di progetti che sceglieranno di rigenerare il costruito partendo dal rapporto tra essere umano e Natura.

MeM: “Quanto conta la componente sensoriale (tattilità, olfatto, acustica) in un progetto biofilico efficace?”

B.B.: “La nostra relazione con lo spazio è dominata dalla vista, il senso con cui percepiamo la maggior parte delle informazioni sull’ambiente circostante. Non sorprende, quindi, che la progettazione biofila venga spesso associata a elementi visivi facilmente riconoscibili: luce naturale, panorami, vegetazione e materiali naturali. Tuttavia, questo approccio, seppur efficace, è solo una parte del potenziale sensoriale che il Biophilic Design può offrire.

Per generare un impatto autentico sul benessere, è fondamentale adottare una prospettiva più ampia, coinvolgendo attivamente tutti i sensi. Il design biofilo non è solo ciò che vediamo: è anche ciò che tocchiamo, sentiamo, annusiamo e, in certi casi, persino assaporiamo.

Il tatto rappresenta una forma di percezione immediata e profonda che entra in gioco in ogni interazione fisica con lo spazio: ci connette fisicamente allo spazio. Materiali naturali come legno, pietra, fibre vegetali o tessuti materici generano esperienze tattili ricche, evocando sensazioni di autenticità, familiarità e comfort. Le superfici calde, irregolari, vive rafforzano la percezione qualitativa di un luogo e il nostro legame con la Natura.

Spesso trascurato, l’olfatto è uno dei sensi più potenti, capace di innescare memorie profonde e influenzare il nostro stato emotivo. Il profumo del legno grezzo, della terra bagnata, delle erbe aromatiche, della resina: sono stimoli che comunicano benessere e radicamento. Nei settori hospitality e retail, l’olfatto è un elemento chiave nella costruzione dell’identità sensoriale di uno spazio.

Anche l’udito gioca un ruolo determinante. I suoni naturali, come il fruscio delle foglie o l’acqua che scorre lentamente, hanno un effetto calmante, riducono lo stress e migliorano la concentrazione. Ma è altrettanto importante progettare l’assenza di rumori fastidiosi: materiali fonoassorbenti naturali, schermature acustiche, e geometrie che non amplificano i rumori migliorano l’equilibrio sonoro e la vivibilità dello spazio.

Nel settore dell’ospitalità, anche il gusto può entrare in gioco: piatti realizzati con ingredienti naturali, locali e stagionali, serviti in spazi coerenti con i principi del Biophilic Design, completano un’esperienza immersiva che coinvolge corpo, sensi ed emozioni, rafforzando il legame con il territorio e la sua identità.

La forza del Biophilic Design sta nella sua capacità di costruire esperienze sensoriali complete, non limitate alla vista. Serve una progettazione consapevole che integri sensorialità, emozioni e corporeità, per dare profondità all’esperienza, renderla memorabile e soprattutto, umana. 

La dimensione sensoriale non è un dettaglio, ma un elemento strutturale del progetto.”

Credits: Teona Swift

MeM: “Puoi raccontarci un esempio concreto in cui una scelta biofila ha trasformato la percezione o l’uso di uno spazio?”

B.B.: “A volte non servono rivoluzioni architettoniche o investimenti ingenti per trasformare il modo in cui viviamo un ambiente. Lo dimostra l’esperienza concreta di chi, come me, lavora in modalità homeoffice. Ho scelto di applicare i principi del Biophilic Design al mio spazio quotidiano. Con interventi mirati, semplici e consapevoli, è possibile ottenere miglioramenti significativi sul benessere, sulla concentrazione e sulla qualità della vita lavorativa.

Il primo passo è stato sostituire una vecchia scrivania bianca con una in legno massello di pino. Un materiale vivo, caldo, con venature visibili che raccontano una storia. La percezione del lavoro cambia radicalmente: la scrivania non è più un oggetto neutro, ma diventa parte attiva dell’atmosfera dello spazio. La letteratura scientifica conferma da tempo l’effetto positivo del legno sul nostro stato psico-fisico. In questo caso, si aggiunge anche un valore affettivo e di economia circolare: la scrivania ha avuto vite precedenti, e la sua patina del tempo diventa un elemento identitario e narrativo.

Un secondo intervento ha riguardato l’ordine visivo e fisico. Eliminare il superfluo, aprire spazi vuoti, semplificare. Il risultato è maggiore concentrazione, maggiore facilità di movimento e una sensazione di apertura mentale. È un gesto semplice, ma profondamente rigenerativo.

Un piccolo gruppo di piante ben posizionate, scelte con cura, ha contribuito a creare una connessione continua con la Natura vivente. La presenza del verde, visibile dalla postazione di lavoro, introduce una dimensione dinamica e mutevole. Le piante comunicano il loro stato, ci chiedono attenzione, ci restituiscono benessere. Non decorazione, ma relazione e cura.

Infine, un’attenta revisione dell’illuminazione artificiale ha completato la trasformazione. In presenza di luce naturale abbondante, l’illuminazione è stata calibrata per accompagnare il ritmo circadiano: luci calde e diffuse per la sera, luci più fredde e direzionali per il giorno, in armonia con i livelli di luce esterna.

Il risultato? Un ambiente di lavoro accogliente, ordinato, sensorialmente stimolante, in cui lavorare è diventato meno un dovere e più un gesto naturale. Questa esperienza dimostra che il Biophilic Design non è solo una questione estetica, ma una strategia concreta per migliorare la qualità della vita – anche in spazi piccoli, domestici, familiari.

È nella cura del dettaglio, nell’ascolto dei propri bisogni e nell’alleanza con la Natura che si può ritrovare un equilibrio autentico tra funzionalità e benessere.”

MeM: “Nel tuo lavoro di consulente, che tipo di resistenze o incomprensioni incontri più spesso da parte dei progettisti o delle aziende?”

B.B.: “Nel mio lavoro di consulente, incontro spesso una resistenza ricorrente: l’idea che il Biophilic Design sia qualcosa di accessorio. Viene percepito come un tocco finale – magari con qualche pianta o materiale naturale – più legato all’estetica che a una strategia progettuale concreta e trasversale.

Questa visione riduttiva è lontana dalla realtà. Il Biophilic Design è una scienza applicata che riguarda l’intero processo di progettazione, pianificazione, costruzione e mantenimento di uno spazio e il mantenimento delle strategie biofile nel tempo. È una disciplina capace di generare impatti reali sul benessere, sulla salute e sulla qualità dell’esperienza umana all’interno degli ambienti costruiti.

  1. Percezione economica: si teme che integrare elementi biofili comporti costi aggiuntivi non giustificati, soprattutto se non si conoscono gli indicatori di impatto (produttività, comfort percepito, tempo di permanenza, fidelizzazione, ecc.). In realtà, con una buona analisi e obiettivi chiari, si dimostra che anche piccoli interventi ben progettati possono produrre grandi benefici.
  2. Scarsa conoscenza scientifica: spesso manca familiarità con le basi neuro-psicologiche e ambientali che supportano questo approccio. La distanza tra competenze tecniche e concetti scientifici può generare diffidenza, confusione o paura di non essere all’altezza.
  3. Resistenza culturale: è molto comune sentirsi dire “abbiamo sempre fatto così”. Questo atteggiamento difensivo riflette una difficoltà ad accettare il cambiamento di paradigma che il Biophilic Design propone: spostare il focus dall’oggetto costruito all’esperienza vissuta, accettando di studiare nuove discipline e rimettere in discussione certezze consolidate.
  4. Diffidenza verso la scienza: per alcuni professionisti, il termine “scienza” evoca un mondo distante, troppo astratto o tecnico. Questo genera una distanza culturale che può ostacolare l’integrazione di strumenti preziosi nel processo creativo.

In tutti questi casi, il compito del consulente non è imporre, ma accompagnare. Servono ascolto, pazienza, capacità di spiegare con chiarezza, portare esempi, tradurre i principi scientifici in soluzioni concrete e tangibili, legate agli obiettivi specifici del progetto.

Solo così è possibile trasformare le resistenze in consapevolezza e aprire lo spazio per una progettazione realmente rigenerativa, sensibile e trasformativa.”

Credits: Rodolfo Barreto

MeM: “Secondo te, qual è il primo passo che un progettista dovrebbe fare per integrare davvero il Biophilic Design nel proprio metodo?”

B.B.: “Il primo passo essenziale per ogni progettista che desidera integrare il Biophilic Design in modo autentico – evitando operazioni di facciata o peggio, pratiche di greenwashing – è indagare il proprio rapporto personale con la Natura.

Non si tratta di un’astrazione teorica, ma di un esercizio concreto di consapevolezza: farsi delle domande, ripercorrere esperienze passate a contatto con ambienti naturali, esplorare il proprio vissuto sensoriale e affettivo. Un utile strumento in questo senso è la Inclusion of Nature in Self (INS) Scale di Schultz (2002), un test psicologico che misura il grado di identificazione con il mondo naturale. Avere questa consapevolezza personale è fondamentale per sviluppare una motivazione profonda e duratura, che non si basi solo su logiche di tendenza o convenienza progettuale.

Da qui nasce il secondo passaggio, imprescindibile: studiare con serietà la biofilia. Comprendere le sue radici evoluzionistiche, i fondamenti psicologici e biologici, la letteratura interdisciplinare che ne ha documentato il valore e gli effetti. Solo con una base teorica solida sarà possibile trasformare la biofilia in un linguaggio progettuale coerente, evitando superficialità o forzature.

Il consiglio è quello di affrontare questo studio con curiosità e apertura mentale: osservare progetti esistenti, confrontarsi con altri esperti, analizzare casi studio, imparare sia dai successi sia dai limiti degli approcci già testati. È altrettanto importante conoscere e confrontarsi con protocolli e strumenti di valutazione – sia empirici che scientifici – per validare le scelte progettuali in modo misurabile.

Solo attraverso questo percorso integrato, che parte da sé ma si estende alla formazione continua e alla sperimentazione consapevole, il Biophilic Design può diventare una parte strutturale del proprio metodo progettuale. Non un’aggiunta, ma una visione.”

Nei corsi MeM progettati in collaborazione con Bettina Bolten, il Biophilic Design viene esplorato in modo scientifico e multidisciplinare, con applicazioni concrete nei settori retail, uffici e residenziale. Ogni percorso si conclude con un workshop finale, dove i partecipanti possono mettere in pratica le conoscenze acquisite su un progetto reale o in fase di sviluppo.
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