Dialogo tra design e Natura: progettare spazi che generano benessere
Quanto può incidere uno spazio sul nostro modo di abitare, percepire, recuperare energie e costruire una relazione più profonda con il contesto naturale?
È da questa domanda che prende forma l’intervista con Marta Olivieri, Engineer, Partner and Chief Sustainability Officer DVArea e Director, ODUElab. Con lei abbiamo approfondito il ruolo della progettazione biofilica e rigenerativa nei luoghi dell’abitare, dell’hospitality e del real estate, osservando il progetto come sistema di relazioni tra architettura, paesaggio, corpo, percezione e benessere.
DVArea porta avanti un approccio multidisciplinare che integra architettura, ingegneria, sostenibilità, innovazione, ricerca e qualità dell’esperienza umana. Una visione molto vicina ai temi che MeM indaga da tempo: progettare spazi capaci di generare valore misurabile per le persone, per i luoghi e per le comunità.
In questa intervista, il progetto The Shore diventa il punto di partenza per riflettere su una questione centrale per chi progetta oggi: la Natura può entrare nello spazio attraverso luce, viste, proporzioni, materiali e qualità sensoriale. La progettazione biofilica prende così forma come metodo capace di leggere l’impatto reale degli ambienti sulla vita quotidiana.
Ringraziamo Marta Olivieri e DVArea per la disponibilità e per aver condiviso con MeM uno sguardo chiaro, concreto e contemporaneo sul rapporto tra design, Natura e benessere.
MeM: DVArea è uno gruppo riconosciuto per la capacità di creare architetture contemporanee fortemente connesse al contesto e all’esperienza delle persone. Come nasce il vostro approccio progettuale e quali principi guidano il vostro modo di interpretare il rapporto tra spazio, natura e benessere?
M.O.: Per noi il progetto nasce sempre dall’ascolto del contesto, inteso come paesaggio fisico e come insieme di relazioni ambientali, sociali, percettive e culturali.
Negli anni abbiamo sviluppato un approccio transdisciplinare che integra architettura, ingegneria, sostenibilità, benessere ambientale e ricerca, con l’obiettivo di creare spazi capaci di generare qualità della vita, oltre alla performance tecnica ed estetica.
Il rapporto tra spazio, natura e benessere riguarda il modo in cui le persone percepiscono, vivono e attraversano gli ambienti. Luce, materia, proporzioni, viste, comfort ambientale, relazione interno-esterno, qualità sensoriale e connessione con il paesaggio influenzano profondamente il comportamento, le emozioni e il benessere delle persone.
Per questo, cerchiamo di progettare architetture che non siano oggetti isolati, ma sistemi relazionali capaci di dialogare con il contesto e con chi li vive quotidianamente.
Negli ultimi anni abbiamo inoltre approfondito un approccio sempre più evidence-based, integrando ricerca, raccolta dati e strumenti di analisi ambientale e percettiva per comprendere meglio il rapporto tra spazio, comportamento umano e benessere. Crediamo infatti che progettare significhi anche osservare, ascoltare e misurare l’impatto reale che gli ambienti hanno sulle persone.
MeM: Oggi il Biophilic Design viene spesso associato esclusivamente alla presenza di elementi naturali o vegetazione. Nel progetto “The Shore”, invece, emerge una relazione molto più profonda tra architettura, percezione e paesaggio. Quali sono, secondo voi, gli aspetti meno immediati ma fondamentali nella progettazione di uno spazio realmente rigenerativo?
M.O.: Nel progetto The Shore il punto di partenza è stato il paesaggio di Monte Isola e il rapporto estremamente delicato tra architettura, lago e morfologia naturale del terreno.
Non volevamo realizzare un intervento che si imponesse sul contesto, ma un’architettura capace di dialogare con esso in modo quasi silenzioso, lasciando che fosse il luogo stesso a guidare il progetto.
Il concept nasce anche dall’immaginario legato all’acqua e alla tradizione lacustre dell’isola: le ville sono state pensate quasi come habitat modules ispirati al mondo nautico, con geometrie, proporzioni e percezioni che richiamano la sensazione di vivere sospesi tra terra e lago.
Per questo abbiamo cercato di sviluppare un approccio progettuale biofilico che lavorasse sulla qualità complessiva dell’esperienza spaziale e sul rapporto tra persona, architettura e paesaggio.
La disposizione delle ville, l’orientamento, le aperture, la gestione delle viste e della privacy, il rapporto tra pieni e vuoti, tra luce e ombra, sono stati studiati per creare continuità con il contesto naturale e favorire una percezione di calma, apertura e connessione con il lago.
Uno degli aspetti più importanti è stato il lavoro sulla percezione dello spazio e sul benessere ambientale: creare ambienti capaci di garantire comfort, naturalezza e qualità sensoriale, evitando un’eccessiva artificialità o spettacolarizzazione del rapporto con la natura.
Anche la scelta dei materiali e delle strategie costruttive è stata coerente con questa visione: integrazione con il contesto, utilizzo di materiali responsabili, attenzione all’efficienza energetica e qualità dell’esperienza abitativa sono stati elementi centrali del progetto fin dalle prime fasi.
Crediamo che uno spazio possa definirsi realmente rigenerativo quando riesce a favorire condizioni di calma, comfort, recupero psicofisico e connessione con il contesto naturale, attraverso un’esperienza abitativa equilibrata e coerente con il luogo.

Crediti immagine: ∏DVArea_The Shore
MeM: DVArea lavora con un approccio transdisciplinare molto evoluto. Come dialogano, all’interno del vostro processo progettuale, architettura, ingegneria, sostenibilità, benessere e aspetti legati alla psicologia ambientale?
M.O.: Per noi queste discipline e competenzesono livelli diversi dello stesso processo progettuale. La sostenibilità non arriva come verifica finale, così come il benessere non può essere considerato soltanto un tema estetico o impiantistico.
Cerchiamo di integrare questi temi fin dalle prime fasi del progetto.attraverso un dialogo continuo tra architettura, analisi ambientali, strategie energetiche, qualità percettiva e comportamento delle persone.
Operativamente questo avviene attraverso un lavoro transdisciplinare che combina progettazione, simulazioni ambientali, analisi dei dati, ricerca scientifica e strumenti qualitativi e quantitativi di indagine. In base alla scala e agli obiettivi del progetto utilizziamo ad esempio analisi legate a comfort ambientale, luce naturale, qualità percettiva, comportamento degli utenti e relazione tra spazio e benessere.
Negli ultimi anni abbiamo approfondito molto anche il tema della psicologia ambientale e dell’approccio evidence-based, cioè la possibilità di utilizzare questi strumenti per comprendere meglio l’impatto degli spazi sulle persone e supportare decisioni progettuali più consapevoli.
Questo ci permette di affrontare il progetto in termini di forma, funzione, esperienza, salute, comfort, concentrazione, relazioni sociali e qualità della vita.
MeM: Molti progettisti desiderano integrare principi biofilici nei loro progetti, ma spesso faticano a tradurli in strumenti concreti. Quali aspetti consigliate di osservare per primi quando si vuole iniziare a progettare in questa direzione?
M.O.: Spesso il rischio è trasformare il Biophilic Design in un linguaggio estetico o nell’inserimento superficiale di elementi naturali, mentre il tema riguarda il modo in cui gli spazi influenzano percezione, comportamento, benessere e relazione con il contesto.
Per questo riteniamo importante partire dall’ascolto e dall’osservazione dei bisogni delle persone, integrando quando possibile strumenti di analisi ambientale, dati e approcci legati alla psicologia ambientale, così da comprendere quali condizioni spaziali possano favorire comfort, orientamento, calma, concentrazione o recupero psicofisico.
Suggeriamo quindi di iniziare osservando aspetti molto concreti:
- qualità della luce naturale
- relazione visiva con l’esterno
- comfort termico e acustico
- percezione dei materiali
- possibilità di orientamento e leggibilità degli spazi
- presenza di variabilità e stimoli naturali
- qualità dell’aria e del microclima
Anche piccoli cambiamenti possono modificare profondamente la percezione di uno spazio. La progettazione biofilica, prima ancora che un’estetica, è un modo diverso di interpretare il rapporto tra ambiente costruito, Natura e persona.

Crediti immagine: ∏DVArea_The Shore
MeM: Nel settore real estate sta crescendo l’attenzione verso spazi capaci di generare benessere, qualità percettiva e connessione con la Natura. Quanto pensate che oggi la progettazione biofila possa influenzare l’esperienza abitativa, il valore percepito e l’attrattività di un progetto immobiliare?
M.O.: Pensiamo che oggi questo tema stia diventando sempre più centrale. Le persone cercano luoghi nei quali stare bene, vivere meglio e sentirsi connessi con il contesto.
La qualità percettiva e ambientale di uno spazio incide sempre di più sul valore percepito di un immobile, sulla sua attrattività e sulla sua capacità di mantenere valore nel tempo. Aspetti come comfort, luce naturale, benessere indoor, relazione con il paesaggio e qualità dell’esperienza abitativa stanno diventando elementi strategici anche dal punto di vista immobiliare.
Ne è un segnale tangibile la crescente attenzione verso la misurazione degli impatti generati dagli spazi, in termini energetici, ambientali, di benessere, qualità dell’esperienza e vivibilità. Crediamo che in futuro sempre più investitori e operatori del real estate dovranno integrare nuovi KPI capaci di valutare il valore reale di un progetto anche attraverso indicatori legati a salute, comfort, attrattività, qualità dell’esperienza e qualità della vita.
Crediamo quindi che il futuro del real estate sarà sempre più legato alla capacità di integrare sostenibilità ambientale, qualità dell’esperienza e benessere delle persone in modo credibile, misurabile e orientato al valore nel lungo periodo.
MeM: Quando proponete un approccio progettuale legato al Biophilic Design, quali sono gli aspetti che aiutano maggiormente il cliente a comprenderne il valore concreto, sia in termini di esperienza abitativa sia come investimento progettuale e immobiliare?
M.O.: Credo che oggi sia importante tradurre questi temi in benefici concreti e comprensibili.
Quando il cliente comprende che il benessere non è un concetto astratto basato su ipotesi o supposizioni, ma qualcosa che incide sulla qualità della vita, sull’esperienza degli utenti, sulla desiderabilità degli spazi e sul valore dell’investimento, allora il dialogo cambia completamente.
Molto spesso utilizziamo esempi concreti, simulazioni, dati ambientali, riferimenti scientifici e benchmark per mostrare come determinate scelte progettuali possano influenzare la qualità dello spazio e gli aspetti cognitivi, fisiologici, emotivi e comportamentali delle persone. Elementi come luce naturale, qualità dell’aria, presenza di vegetazione, acqua, materiali o relazione con il paesaggio possono contribuire a migliorare comfort, percezione, concentrazione, riduzione dello stress e qualità complessiva dell’esperienza abitativa.
Oggi il vero valore aggiunto è progettare luoghi capaci di generare esperienze migliori e impatti positivi misurabili nel tempo.

Crediti immagine: ∏DVArea_The Shore
MeM: Guardando al futuro, come immaginate l’evoluzione degli spazi residenziali e hospitality rispetto ai temi del benessere, della sostenibilità e della connessione con il contesto naturale?
M.O.: Crediamo che in futuro gli spazi saranno sempre meno standardizzati e sempre più progettati intorno alla qualità dell’esperienza umana, tarati sulle esigenze degli utenti e degli utilizzatori dello spazio.
Benessere, sostenibilità e relazione con il contesto diventeranno parti integrate dello stesso approccio progettuale.
Vedremo probabilmente edifici sempre più adattivi, capaci di dialogare con l’ambiente e con le esigenze delle persone, insieme a una maggiore attenzione agli aspetti sensoriali, emotivi e relazionali dello spazio, per favorire contatto, qualità dell’esperienza e connessione.
Parallelamente crescerà anche il tema della misurazione degli impatti: consumi energetici, emissioni, effetti reali sulla salute, sul comfort, sulla produttività, sul recupero psicofisico e sulla qualità della vita.
Per noi la sfida più interessante sarà proprio questa: progettare architetture realmente rigenerative per le persone e per il territorio.
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