Oltre l’architettura: progettare il benessere attraverso l’Evidence-Based Design

Intervista a DVArea sul progetto Faster, tra ricerca scientifica, sostenibilità e progettazione Human Data Driven

Per molti anni il progetto architettonico è stato valutato principalmente attraverso tre parametri: estetica, funzionalità ed efficienza energetica.

Oggi, però, il panorama sta cambiando rapidamente.

Sempre più studi scientifici dimostrano che la qualità degli ambienti costruiti influenza il benessere psicofisico, la salute, la capacità di concentrazione, le relazioni sociali e persino le performance lavorative. Luce naturale, comfort acustico, qualità dell’aria, possibilità di movimento, contatto con la natura e libertà di scelta non sono più semplici “plus progettuali”, ma fattori che incidono concretamente sull’esperienza quotidiana delle persone.

Nasce da qui l’interesse crescente verso l’Evidence-Based Design, un approccio che integra evidenze scientifiche, dati e osservazione dei comportamenti all’interno del processo progettuale.

In Italia, uno degli studi che sta contribuendo maggiormente a questa evoluzione è DVArea, che attraverso ODUElab ha sviluppato un metodo definito Human Data Driven, capace di mettere in relazione architettura, sostenibilità, ricerca scientifica e benessere umano.

Per questo motivo abbiamo scelto di dedicare la seconda intervista del nostro percorso editoriale proprio a Marta Olivieri, approfondendo il progetto Faster, un caso studio che dimostra come il benessere possa diventare un vero parametro progettuale e non semplicemente un obiettivo dichiarato.

Crediti immagine: DVArea

MeM: DVArea è uno dei pochi studi italiani ad aver integrato ricerca scientifica, sostenibilità e progettazione all’interno dello stesso processo. Quando avete capito che per progettare spazi migliori non bastava più il solo linguaggio dell’architettura?

M.O.: Non c’è stato un momento preciso, ma una progressiva presa di consapevolezza. Un progetto può essere formalmente riuscito, tecnicamente corretto ed energeticamente efficiente senza necessariamente produrre un’esperienza positiva per le persone che lo abitano. Tra l’intenzione del progettista e l’impatto reale dello spazio può esistere una distanza importante.

Da qui nasce la necessità di ampliare il campo della progettazione. Negli anni DVArea ha integrato competenze legate all’ingegneria, alla sostenibilità, al comfort ambientale, alla psicologia dello spazio e alla ricerca, fino a strutturare in ODUElab un ambito specificamente dedicato alla sostenibilità, al wellbeing e all’Evidence-Based Design. Il nostro obiettivo si è progressivamente orientato verso la comprensione degli effetti che un edificio può generare sulle persone che lo abitano.

L’Evidence-Based Design non sostituisce il linguaggio dell’architettura e non riduce il progetto a una formula. Al contrario, rende più consapevoli e verificabili le decisioni. Ogni scelta progettuale diventa, in un certo senso, un’ipotesi: quale effetto vogliamo ottenere? Su quali conoscenze si basa? Come possiamo verificarlo?

È all’interno di questa evoluzione che nasce il nostro approccio Human Data Driven, sviluppato attraverso ODUElab: utilizzare dati, evidenze scientifiche e ascolto delle persone per rendere più consapevoli e verificabili le decisioni progettuali, senza rinunciare alla dimensione culturale, intuitiva ed espressiva dell’architettura.

 

MeM: Nel progetto Faster il benessere delle persone non appare come un elemento aggiunto, ma come un vero parametro progettuale. Quali evidenze scientifiche hanno guidato le scelte più importanti durante lo sviluppo del progetto?

M.O.: Non parlerei di un progetto derivato da un singolo studio scientifico, ma di scelte coerenti con un quadro ormai consolidato di evidenze sul rapporto tra ambiente costruito, comfort, movimento, recupero psicofisico e relazioni sociali.

Il brief chiedeva di realizzare un nuovo ristorante aziendale e una palestra destinata ai dipendenti e alle loro famiglie. Abbiamo interpretato queste funzioni non come servizi accessori, ma come luoghi attraverso i quali l’azienda manifesta attenzione nei confronti delle persone.

Il ristorante, la palestra e gli spazi esterni protetti costruiscono una sequenza dedicata alla pausa, alla socialità e al movimento. Sul fronte sud, la seconda pelle in lamiera grecata microforata genera uno spazio ombreggiato e piantumato, creando un filtro visivo e percettivo rispetto agli spazi di manovra e al passaggio dei mezzi pesanti. Il rivestimento, oltre a essere un elemento compositivo, contribuisce a definire la qualità ambientale dello spazio, modulando irraggiamento, luce e ventilazione e creando condizioni più favorevoli alla sosta.

All’interno, anche l’acustica, la luce, la scelta dei materiali e la qualità percettiva sono state considerate parti integranti del benessere.

Una prima rilevazione comparativa in opera ha registrato condizioni microclimatiche sensibilmente differenti tra lo spazio protetto dalla seconda pelle e l’area esterna direttamente esposta al sole. Il dato, pur preliminare, conferma il potenziale della schermatura come dispositivo capace di ridurre l’esposizione termica e migliorare la vivibilità dello spazio di pausa.

Crediti immagine: DVArea

MeM: Sempre più ricerche dimostrano che luce naturale, comfort acustico, qualità dell’aria, movimento e possibilità di interazione influenzano attenzione, stress e capacità cognitive. Come si traduce concretamente questa conoscenza scientifica nelle vostre decisioni progettuali?

M.O.:Questa conoscenza si traduce innanzitutto in una diversa gerarchia delle decisioni progettuali. Illuminazione naturale, acustica, qualità dell’aria, movimento e possibilità di relazione non sono prestazioni da verificare soltanto alla fine, ma criteri che orientano fin dalle prime fasi la forma, la distribuzione, l’involucro e gli impianti.

Progettare la luce naturale, per esempio, non significa semplicemente aumentare la superficie vetrata. Significa lavorare sulla durata e sulla qualità dell’esposizione, sulla relazione con l’esterno, sul controllo dell’abbagliamento, sui contrasti e sulle schermature. Alcuni studi condotti negli ambienti di lavoro hanno associato una maggiore esposizione alla luce diurna a una migliore qualità del sonno e del benessere percepito. 

Allo stesso modo, la qualità dell’aria non coincide esclusivamente con il rispetto dei ricambi minimi. Significa controllare la ventilazione, limitare le fonti inquinanti attraverso la scelta dei materiali e, quando possibile, monitorare nel tempo il comportamento reale dell’edificio. Le ricerche mostrano infatti che qualità dell’aria e livelli di ventilazione possono incidere non soltanto sul comfort percepito, ma anche sull’attenzione e sulle capacità cognitive.

Il comfort acustico richiede invece zonizzazione, separazione delle attività incompatibili, assorbimento e controllo della riverberazione. Le ricerche sugli activity-based workplace mostrano, per esempio, quanto sia importante offrire aree quiete e con poche distrazioni per le attività che richiedono concentrazione. 

Movimento e relazione si traducono in percorsi leggibili, scale visibili e desiderabili, soglie abitate, spazi comuni e luoghi nei quali sia possibile incontrarsi senza essere obbligati a farlo. Il progetto non propone quindi un’unica condizione ideale, ma offre una pluralità di possibilità, capace di sostenere attività, sensibilità e bisogni differenti nel corso della giornata.

Crediti immagine: DVArea

 

MeM: Nel progetto Faster colpisce la presenza di spazi dedicati alla relazione, alla pausa e all’attività fisica. Esistono oggi evidenze che dimostrano come questi ambienti incidano realmente sul benessere organizzativo e sulle performance delle persone?

M.O.: Sì, ma è importante evitare una lettura deterministica. Non possiamo affermare che inserire una palestra o uno spazio conviviale produca automaticamente una percentuale definita di incremento della produttività. L’ambiente fisico può favorire determinati comportamenti, ma il risultato dipende anche dalla cultura aziendale, dall’organizzazione del lavoro, dal tempo realmente disponibile e dalla possibilità per le persone di utilizzare liberamente questi luoghi.

Le revisioni della letteratura sugli interventi di attività fisica sul luogo di lavoro indicano effetti positivi soprattutto su diversi indicatori di salute come pressione, battito cardiaco, stress, con risultati più variabili rispetto agli esiti strettamente organizzativi. Analogamente, la configurazione degli spazi può influenzare la probabilità di movimento e di interazioni faccia a faccia, ma non può sostituirsi alle condizioni sociali e organizzative che rendono queste interazioni autentiche. 

Nel progetto Faster abbiamo quindi interpretato il ristorante, la palestra, lo spazio esterno protetto e la grande scala gialla come una vera infrastruttura sociale. La scala da collegamento verticale ed elemento di branding assume anche ruolo di connettore sociale, luogo di passaggio e occasione di incontro. Il ristorante interrompe la routine produttiva e crea un momento condiviso; la palestra rende il movimento più accessibile all’interno della quotidianità. 

Il valore non risiede quindi nella singola funzione, ma nella possibilità di favorire rituali quotidiani di pausa, relazione, movimento e appartenenza.

MeM: Uno degli aspetti più complessi dell’Evidence-Based Design è trasformare dati scientifici in scelte architettoniche. Come avviene questo passaggio all’interno di DVArea? Esiste un metodo che seguite per tradurre la ricerca in progetto?

M.O.:Il processo parte dalla definizione degli outcome, cioè degli esiti che vogliamo favorire attraverso il progetto. Prima di parlare di soluzioni chiediamo: chi utilizzerà lo spazio? Quali attività dovrà svolgere? Quali condizioni vogliamo favorire in termini di comfort, concentrazione, relazione, recupero, sicurezza e accessibilità?

Queste domande vengono organizzate anche attraverso il Design Framework di DVArea, che ci aiuta a osservare ogni progetto mettendo in relazione cinque dimensioni: luogo, intenzione estetica, sostenibilità ambientale, benessere, sostenibilità economica. Non si tratta di compartimenti separati, ma di prospettive complementari attraverso le quali verificare la coerenza delle scelte e i loro possibili effetti.

A partire da queste domande costruiamo una baseline attraverso l’analisi del contesto, il confronto con il cliente e con gli utenti e, quando possibile, questionari, interviste, osservazioni e dati ambientali. La ricerca scientifica viene poi utilizzata per individuare i fattori spaziali e ambientali che possono incidere sugli outcome scelti.

Non esiste però una corrispondenza automatica tra un’evidenza scientifica e una soluzione architettonica. La ricerca non fornisce un catalogo di risposte, ma aiuta a formulare domande più precise e a confrontare criticamente le alternative di progetto.

Il passaggio decisivo consiste nel trasformare queste conoscenze in requisiti progettuali. Un obiettivo astratto come “favorire il recupero” può tradursi, per esempio, in protezione dal rumore, ombreggiamento, contatto visivo con elementi naturali, qualità dell’aria, possibilità di sedersi e distanza dai principali flussi operativi. “Favorire la relazione” può significare invece lavorare su prossimità, visibilità, dimensione delle soglie, distribuzione dei percorsi e varietà degli spazi comuni.

Le soluzioni vengono poi sviluppate in modo interdisciplinare e verificate attraverso simulazioni, indicatori ambientali e valutazioni qualitative. Quando il progetto e il mandato lo consentono, la verifica prosegue anche dopo la realizzazione, attraverso misurazioni, ascolto degli utenti e attività di Post-Occupancy Evaluation.

I dati, quindi, non progettano al posto nostro. Ci aiutano a rendere esplicito il rapporto tra una decisione architettonica e l’effetto che intendiamo produrre, permettendoci di imparare anche dall’uso reale degli edifici. È questo il cuore dell’approccio Human Data Driven sviluppato nel progetto Faster.

Crediti immagine: DVArea

MeM: Negli ultimi anni si parla molto di sostenibilità ambientale, mentre il tema della “sostenibilità umana” è ancora meno esplorato. Pensate che, nei prossimi anni, la qualità percettiva e psicologica degli spazi diventerà un indicatore progettuale importante quanto il consumo energetico?

M.O.: Crediamo di sì. Per molti anni abbiamo imparato a misurare ciò che un edificio consuma e produce: energia, emissioni, acqua, rifiuti. Oggi dobbiamo apprendere, con la stessa serietà, ciò che un edificio è in grado di generare nelle persone.

La sostenibilità ambientale e quella umana non sono dimensioni contrapposte. Un edificio non può essere considerato realmente sostenibile se riduce i consumi ma produce discomfort, affaticamento, esclusione o scarsa qualità dell’esperienza. Allo stesso tempo, il benessere non può essere ottenuto attraverso soluzioni energivore o insostenibili nel lungo periodo.

La difficoltà risiede nel fatto che il benessere percepito e l’esperienza dello spazio non possono essere rappresentati da un unico numero. Richiede l’integrazione di dati oggettivi – luce, temperatura, qualità dell’aria, rumore, occupazione – e dati soggettivi, legati al comfort percepito, senso di controllo, appartenenza, sicurezza e soddisfazione.

Probabilmente avverrà ciò che è già avvenuto per l’energia: inizialmente il tema viene espresso come intenzione, successivamente diventa indicatore, poi obiettivo progettuale e infine oggetto di verifica. Sarà però fondamentale utilizzare i dati in modo etico. L’obiettivo deve essere misurare la qualità degli spazi, non sorvegliare le persone.

Il passaggio culturale più importante sarà proprio questo: considerare gli edifici come infrastrutture tecniche capaci di sostenere nel tempo la salute, le relazioni e la qualità della vita. La sostenibilità umana dovrà quindi diventare un criterio esplicito di progetto, non una conseguenza semplicemente attesa da una buona architettura.


MeM: Se doveste indicare un errore che ancora oggi viene commesso nella progettazione degli ambienti di lavoro, quale sarebbe? E quale cambiamento culturale ritenete più urgente per chi progetta gli spazi del futuro?

M.O.: L’errore più frequente è progettare per un utente medio e astratto, ottimizzando prevalentemente densità, superfici ed efficienza distributiva, per poi aggiungere il benessere alla fine attraverso qualche pianta, una sala relax o una palestra.

Il benessere, invece, non è un catalogo di dotazioni. Riguarda la possibilità di scegliere, concentrarsi, incontrarsi, muoversi, recuperare energie, comprendere lo spazio e sentirsi a proprio agio. Persone diverse, attività diverse e persino momenti diversi della stessa giornata richiedono condizioni differenti.

Uno dei limiti più evidenti della progettazione contemporanea è proprio quello di continuare a progettare condizioni statiche per esperienze che sono, per loro natura, dinamiche. Gli edifici vengono spesso pensati come configurazioni stabili, mentre nel corso della giornata le persone cambiano attività, postura, livello di attenzione, bisogno di privacy, interazione e comfort. Questo non significa necessariamente immaginare spazi continuamente trasformabili, ma offrire una pluralità di condizioni, differenti gradi di controllo e reali possibilità di scelta. Il progetto non dovrebbe quindi proporre un’unica condizione ideale, ma un sistema di possibilità capace di accompagnare bisogni ed esperienze differenti nel tempo.

Il cambiamento culturale più urgente consiste quindi nel passare da una progettazione centrata sul prodotto a una progettazione centrata sugli esiti. Non dovremmo limitarci a chiederci se l’edificio è stato consegnato nel rispetto di tempi, costi e requisiti, ma anche: sta funzionando come avevamo immaginato? Per chi funziona e per chi no? Quali effetti sta producendo?

Questo implica ascoltare prima, verificare dopo e accettare che il progetto non termini con la consegna dell’opera. Significa considerare ogni edificio come una fonte di conoscenza per quelli successivi.

Il futuro della progettazione dipenderà dalla capacità di tenere insieme sensibilità e misurazione, intuizione e responsabilità, qualità architettonica e impatto reale. Non si tratta di rinunciare alla visione del progettista, ma di renderla più consapevole degli effetti che produce.

 

Dalla ricerca alla pratica progettuale

L’intervista a DVArea ci restituisce una visione della progettazione che sentiamo profondamente affine a quella di MeM: un’architettura capace di coniugare sensibilità progettuale, ricerca scientifica e attenzione concreta alle persone.

Oggi progettare significa comprenderne gli effetti nel tempo, interrogarsi su come luce, materiali, comfort ambientale, movimento e relazioni possano contribuire al benessere di chi quegli spazi li vive ogni giorno. È un cambio di paradigma che richiede nuovi strumenti, nuove competenze e, soprattutto, un approccio interdisciplinare.

È proprio questa la direzione che ispira anche i percorsi formativi di MeM. Il nostro corso in Biophilic Design, sviluppato in collaborazione con il Laboratorio GREEN LEAF dell’Università della Valle d’Aosta e con il contributo scientifico di Bettina Bolten, nasce con l’obiettivo di offrire ai progettisti metodi, strumenti ed evidenze per integrare il benessere all’interno del processo progettuale, trasformando la ricerca in scelte concrete.

Perché ogni progetto può essere esteticamente riuscito, ma la vera sfida è progettare luoghi che, oltre a funzionare, migliorino l’esperienza delle persone che li abitano.