Intervista a Caterina Malinconico – Dallo spazio all’esperienza: strumenti pratici e visivi per formare chi abita il cambiamento

Un passo alla volta, verso ambienti che generano benessere.

Se ti sei perso l’inizio di questo percorso: scopri l’indagine MeM per il progetto europeo WellHOME.

Tra i nostri collaboratori storici, l’architetta Caterina Malinconico ha contribuito alla costruzione di strumenti visivi e accessibili per accompagnare operatori, educatori e utenti in un processo formativo che parte dallo spazio per arrivare all’esperienza. Un lavoro che ha tradotto i principi del design rigenerativo in tool pratici a supporto della formazione, nei contesti in cui serve più ascolto e più cura.

MeM:“Può raccontarci qual è il suo ruolo all’interno del progetto WellHOME e come si sta articolando il suo contributo alla costruzione del percorso formativo?”

C.M: “Sono stata coinvolta da MeM per contribuire allo sviluppo di tool progettuali pratici, che possano accompagnare il lavoro degli operatori e stimolare l’emersione di problematiche reali legate agli spazi abitativi delle persone più fragili. Il mio compito è duplice: da un lato, ideare strumenti accessibili e modulabili; dall’altro, contribuire alla traduzione visiva e metodologica di concetti complessi, rendendoli comprensibili e utilizzabili anche da chi non ha competenze tecniche.

Stiamo lavorando a diverse versioni degli strumenti, in particolare di un “percorso utente” (user journey) che sarà disponibile sia in forma completa e dettagliata, sia in una versione semplificata e in parte pre-compilata. L’obiettivo è garantire accessibilità e flessibilità, così che i materiali possano essere utilizzati in modo efficace da formatori, operatori sociali e dagli stessi utenti finali.”

MeM: “Quali sono le principali sfide che sta incontrando nel tradurre concetti complessi – come i bisogni delle categorie più fragili – in contenuti accessibili per operatori non specializzati?”

C.M.: “La sfida principale è bilanciare complessità e accessibilità, offrendo strumenti che siano sì ricchi di contenuto, ma anche immediati, visivi, chiari e piacevoli da utilizzare. In particolare, il materiale finale deve essere fruibile su più livelli: comprensibile per chi facilita la formazione, ma anche coinvolgente per i partecipanti con diverse capacità cognitive, culturali o linguistiche.

Progettare spazi, soprattutto per persone vulnerabili, richiede un approccio multidisciplinare e umanistico. Non si tratta solo di rispondere a esigenze funzionali, ma di cogliere l’esperienza dell’abitare nella sua dimensione identitaria, relazionale e sensoriale. Per questo sto lavorando a strumenti che invitino all’osservazione e all’ascolto: voglio che l’utente si senta protagonista del proprio spazio, non semplice destinatario di una soluzione esterna.

MeM: ” Ci può anticipare quali saranno gli elementi distintivi della formazione prevista a novembre?”

C.M.: “Per la formazione di novembre sto sviluppando strumenti altamente pratici e orientati al design thinking. In particolare, il focus è sul percorso utente (user journey): un tool che permette di mappare in modo intuitivo bisogni, emozioni e criticità all’interno di uno spazio abitativo. È uno strumento completo, pensato per essere utilizzato sia durante attività formative, sia come supporto operativo sul campo.

L’idea è quella di concentrarsi su uno spazio abitativo comunitario, così da rendere l’esercizio concreto e riconoscibile per chi vive o lavora in queste strutture.”

MeM: “Come immagine l’impatto concreto che questo percorso potrebbe avere sugli operatori, ma sopratutto sugli utenti finali delle strutture?”

C.M.: “Mi auguro che il percorso sia uno strumento di consapevolezza immediata, capace di portare alla luce criticità che spesso passano inosservate. Troppo spesso, nei contesti fragili, ci si adatta a spazi disfunzionali senza metterli davvero in discussione. Questi strumenti nascono proprio per attivare uno sguardo critico e costruttivo: per restituire dignità all’ambiente e centralità all’esperienza di chi lo vive.

Per gli operatori, rappresentano una guida concreta, utile sia per l’osservazione che per l’intervento. Per gli utenti, possono essere un modo per esprimersi, partecipare e riconoscersi nello spazio, sentendosi finalmente ascoltati.”

MeM: “Infine, quale messaggio sente di condividere con chi si avvicina per la prima volta a questi temi?”

C.M.: “Se dovessi consigliare un approccio oggi, direi: leggerezza emotiva. Che non vuol dire superficialità, ma capacità di leggere la complessità senza farsi schiacciare. È necessario avvicinarsi con cura, empatia e rispetto, accettando che non esistono soluzioni uniche, ma processi da costruire insieme.

Come diceva Giorgio Gaber, bisognerebbe “guardare le cose con l’amore e la consapevolezza di un Dio che guarda”. Questo è l’atteggiamento che cerco di portare nei progetti in cui credo, come WellHOME.”