Progettare rigenerazione. Quando lo spazio restituisce risorse alle persone
Uno spazio può sottrarci risorse oppure può restituirci parte delle risorse che abbiamo consumato durante la giornata.
Quando parliamo di qualità degli ambienti interni utilizziamo frequentemente parole come comfort, benessere, salubrità. Parliamo di luce, temperatura, acustica, ergonomia, qualità dell’aria e materiali. Sono condizioni imprescindibili, ma esiste una domanda progettuale ulteriore: come si sente una persona dopo avere trascorso del tempo in quell’ambiente?
È più affaticata o più vitale? Ha dovuto mantenere continuamente alta l’attenzione oppure ha incontrato momenti nei quali poterla allentare? Ha potuto scegliere dove stare, quanto esporsi, quando isolarsi?
In Psicologia Ambientale il concetto di “rigenerazione” descrive proprio il potere di un ambiente di contribuire al recupero dallo stress psicofisiologico e dall’affaticamento mentale. È un tema centrale del lavoro della Dott.ssa Rita Berto e della ricerca sugli ambienti rigenerativi dove la Natura è la fonte di ispirazione per la progettazione.
Per architetti e interior designer questo significa introdurre un cambio di prospettiva importante: anche un ambiente che rispetta perfettamente i parametri tecnici può essere “faticoso” da vivere.
Entrare in un ambiente significa infatti elaborare continuamente informazioni: comprendere dove andare, interpretare segnali, riconoscere funzioni, selezionare le informazioni rilevanti, schermare quelle distraente gestire contemporaneamente suoni, movimento, persone, luce e distanze. Pensiamo a un ufficio nel quale le conversazioni altrui possono interferire con il compito che stiamo svolgendo, a una scuola sovraccarica o povera di stimoli, a una struttura sanitaria nella quale una persona già preoccupata deve orientarsi tra percorsi poco leggibili o a uno spazio d’attesa nel quale manca la possibilità di scegliere la propria distanza dagli altri.
Situazioni molto diverse, accomunate dalla stessa domanda:
Quanto sforzo cognitivo è richiesto a una persona da quell’ambiente?
La progettazione rigenerativa comincia proprio qui: quando, accanto alle prestazioni dell’edificio, iniziamo a considerare anche le risorse cognitive, emotive e fisiologiche di chi lo vive.
Progettare la rigenerazione dell’attenzione
Una delle chiavi attraverso cui la Psicologia Ambientale studia la rigenerazione riguarda l’attenzione.
Nelle attività quotidiane siamo continuamente chiamati a dirigerla per selezionare le informazioni rilevanti, schermare le distrazioni e prendere decisioni. Questo tipo di attenzione richiede un sforzo cognitivo notevole, col tempo, va incontro all’ affaticamento.
L’Attention Restoration Theory (Teoria della Rigenerazione dell’Attentione), sviluppata da Stephen Kaplan, descrive come alcune caratteristiche dell’ambiente possano favorire il recupero delle risorse attentive, coinvolgendo l’attenzione in modo spontaneo e senza sforzo cognitivo. Qui entra in gioco un concetto particolarmente interessante per il progetto.
Il movimento delle foglie, i riflessi dell’acqua, una variazione luminosa, una profondità visiva o una trama naturale attirano l’attenzione senza richiedere lo sforzo attentivo volontario necessario per svolgere un compito. La questione progettuale diventa quindi molto concreta: offrire condizioni che consentono all’attenzione di riposarsi momentaneamente e rigenerarsi.
Questo ci porta a guardare la Natura in modo diverso.
Se gli ambienti naturali mostrano proprietà rigenerative, potremmo pensare che sia sufficiente introdurre la vegetazione per trasferirle negli interni. Ma uno spazio ricco di piante può continuare a essere rumoroso, sovrastimolante, poco leggibile o privo di possibilità di scelta.
Diventa allora più interessante comprendere quali caratteristiche dell’esperienza a contatto con l’ambiente naturale possono ispirare il progetto: variazione, movimento, profondità, cambiamento nel tempo, complessità organizzata, differenze materiche e tattili, possibilità di esplorare, relazione tra apertura e protezione.
La Natura assume così il ruolo di matrice progettuale: un modello attraverso cui ripensare le qualità sensoriali e percettive dello spazio in chiave rigenerativa. È in questa prospettiva rigenerativa che anche il Biophilic Design acquista maggiore profondità, quando traduce nel progetto relazioni tra individuo, ambiente e sistemi naturali.

Crediti immagine: Pexel
Stimolazione, protezione e possibilità di scelta
Pensare a uno spazio rigenerativo come a un ambiente necessariamente calmo, silenzioso o poco stimolante rischia di essere riduttivo.
Un museo deve stimolare curiosità. Una scuola deve sostenere apprendimento e interazione. Un ristorante può essere vitale. Un ufficio deve consentire collaborazione.
La questione diventa quindi lavorare sulla qualità, sull’intensità e sulla distribuzione degli stimoli, in relazione alla funzione dello spazio, alle attività e alle persone.
Gli ambienti non devono offrire tutti lo stesso livello di stimolazione perché non tutti i momenti della giornata richiedono lo stesso livello di attivazione. Il progetto può quindi costruire differenze e transizioni: luoghi più dinamici accanto ad aree raccolte, situazioni fortemente sociali e possibilità di stare da soli, spazi ricchi di informazioni alternati a zone nelle quali si può trovare riflessione e riposo.
Stimolare senza sovraccaricare. Proteggere senza isolare. Offrire complessità mantenendo leggibilità.
All’interno di questa articolazione assume valore anche la possibilità di scegliere.
Avvicinarsi a una finestra, allontanarsi dal rumore, trovare una posizione più protetta, modificare una schermatura, cambiare postura, ridurre temporaneamente le interazioni: sono scelte apparentemente banali , ma che incidono sulla qualità della relazione che la persona può instaurare con l’ambiente.
Progettare questa libertà non significa moltiplicare indiscriminatamente gli spazi. Significa creare differenze significative, capaci di rispondere ad attività, persone e stati psicofisici differenti.
Il progetto smette così di proporre un’unica condizione ambientale e comincia a offrire possibilità di “autoregolazione”.

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Progettare la rigenerazione come esperienza dello spazio
Quando immaginiamo un luogo rigenerativo pensiamo immediatamente a un ambiente specificamente dedicato: un giardino, una terrazza, una relaxation room.
La quotidianità, però, è composta da attività e “intervalli”.
I minuti tra due riunioni. L’attesa prima di una visita. Il passaggio tra due lezioni. Il percorso tra due reparti. Una breve pausa durante un’attività particolarmente impegnativa.
Questo apre una prospettiva interessante: la rigenerazione può diventare una qualità “distribuita” nell’architettura, anziché essere confinata in un unico ambiente.
Una finestra alla fine di un corridoio, una seduta affacciata verso l’esterno, un’attesa più protetta, una variazione luminosa, o una relazione visiva con il verde possono assumere un valore molto maggiore della loro funzione apparente.
La domanda diventa quindi: dove e a che punto della nostra attività quotidiana è prevista la possibilità di rigenerarci?
Per rispondere, però, occorre partire da un’analisi.
Prima di progettare rigenerazione dobbiamo cercare di comprendere in che modo lo spazio sta consumando risorse. Dove aumenta il rumore? Perché le persone perdono l’orientamento? Dove manca privacy? Quali attività interferiscono tra loro? Dove le persone consumano spontaneamente una pausa? Quali luoghi vengono evitati e quali vengono scelti quando esiste un’alternativa?
La Psicologia Ambientale invita proprio a osservare la relazione tra individuo e ambiente. Le persone modificano, occupano, evitano e reinterpretano gli ambienti e, attraverso il loro comportamento ci mostrano ciò di cui hanno bisogno prima ancora di riuscire a raccontarcelo.
È qui che la progettazione rigenerativa incontra anche l’Evidence-Based Design.
Il progetto diventa così un’ipotesi che può essere verificata e che porta a dei risultati.

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Che cosa può restituire uno spazio?
Possiamo provare a distinguere tre livelli.
- Funzionalità
- Comfort
- Rigenerazione
Questo significa riconoscere che lo spazio partecipa continuamente al nostro benessere psicofisico.
Può facilitare l’orientamento o renderlo più complesso. Può esporci continuamente oppure offrirci protezione. Può richiedere attenzione costante oppure permetterci, per qualche istante, di allentarla. Può imporci dei comportamenti oppure metterci nella condizione di scegliere.
La progettazione rigenerativa sposta quindi l’attenzione dall’oggetto architettonico alla relazione che si costruisce tra ambiente e persona.
E allora la domanda da portare all’interno del processo progettuale diventa più precisa.
Non più :
“Questo spazio funziona?”
ma:
“Questo ambiente consuma risorse psicofisiche o consente di recuperarle?
È da questa domanda che possiamo iniziare a progettare ambienti capaci non soltanto di ospitare la le persone, ma di sostenerle nelle loro attività.
Questo contenuto nasce dal contributo della Dott.ssa Rita Berto, Psicologa Ambientale e Research Leader presso il Laboratorio GREEN LEAF.