Spazi urbani, identità e benessere: il potere progettuale del colore nell’intervista di Massimo Caiazzo a Silvia Botti

Per MeMlab e IACC Italia, Massimo Caiazzo, presidente dell’associazione e consulente MeM, ha intervistato l’architetto Silvia Botti, figura di riferimento nel panorama culturale e progettuale italiano, già direttrice della rivista Abitare e oggi presidente della Fondazione Michelucci.

L’obiettivo di questa intervista, è approfondire il ruolo del colore nella progettazione urbana e sociale, tema caro sia a MeMlab che a IACC.

Grazie alla sua esperienza tra comunicazione, architettura e cultura del progetto, Silvia Botti offre uno sguardo lucido e articolato su come il colore possa generare inclusione, benessere e identità, contribuendo alla rigenerazione degli spazi pubblici in un tempo di grandi trasformazioni ambientali e sociali.

M.C.: “Hai detto che “le città non sono tutte grigie e non lo sono mai state nella storia”. Quali esempi, tra passato e presente, ti sembrano più significativi per raccontare un uso consapevole e armonico del colore nello spazio urbano?”

S.B.: “Vorrei partire da un esempio tanto discusso quanto emblematico: la ricostruzione del sito archeologico di Cnosso, sull’isola di Creta. Chi visita oggi ciò che resta della capitale minoica si trova davanti a una reinterpretazione firmata da Arthur Evans, l’archeologo inglese che la riportò alla luce nei primi del Novecento. Sebbene la sua scelta di integrare elementi moderni come ferro e cemento armato e di reintrodurre colori e decorazioni attraverso artisti contemporanei fu ampiamente criticata sotto il profilo filologico, è innegabile che grazie alla sua visione – unita a solide competenze scientifiche – abbiamo potuto “vedere” per la prima volta la civiltà minoica, fino ad allora evocata solo dai miti: Minosse, il labirinto di Dedalo, la lotta di Teseo col Minotauro, il filo di Arianna.

Il punto è proprio questo: l’idea moderna di un passato “in bianco e nero” è un mito. L’ideale neoclassico, alimentato da immagini come quelle di Piranesi, ha consolidato una visione monocromatica dell’antichità che non corrisponde alla realtà. Al contrario, Greci e Romani facevano un uso ricchissimo e consapevole del colore. I Romani, in particolare, ne avevano compreso tutto il potenziale, ben oltre la decorazione. Il senso cromatico e le conoscenze di quel tempo permettevano già una progettazione complessa del colore che, per esempio, negli affreschi e nei mosaici aveva anche la funzione di riscaldare o rinfrescare gli ambienti. Pensiamo a Pompei, celebre per il suo rosso, ma anche per le stanze nere secondo una pratica introdotta da Vitruvio, massimo teorico dell’architettura romana: dipingere di nero le stanze dove si usavano le lanterne così che il fumo non potesse annerire le pareti.

Anche il Medioevo e il Rinascimento hanno usato il colore ben oltre il suo valore estetico. È stato, per esempio, un potentissimo strumento di comunicazione. Le cattedrali gotiche erano un tripudio di colori, non solo nelle vetrate, perché era il modo per raccontare la Bibbia, i Vangeli, i misteri della fede e le vite dei santi a chi non sapeva leggere.

Facendo un salto nel tempo, un esempio clamoroso di uso del colore capace di creare sconcerto e armonia insieme, ribaltando il linguaggio architettonico e dando una nuova immagine all’ambiente urbano è stato il Centre Georges Pompidou, il Beaubourg, progettato da Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini, aperto a Parigi nel 1977. Un’architettura che ha rotto gli schemi e che ancora oggi mostra quanto il colore possa essere un elemento centrale nella trasformazione dello spazio pubblico.“

M.C.: “Dalla direzione di “Abitare” alla presidenza della Fondazione Michelucci, il tuo percorso intreccia progettazione e comunicazione. Come hai visto cambiare, in questi anni, l’attenzione verso il colore da parte di istituzioni e professionisti?”
S.B.: “Negli ultimi anni il nostro rapporto con il colore si è profondamente evoluto. Abbiamo iniziato a capire che le cromie non sono soltanto elementi decorativi, ma strumenti in grado di influenzare il nostro benessere quotidiano. La diffusione della cromoterapia, prima associata solo a contesti come le spa o i centri estetici, è arrivata anche nelle nostre case: oggi possiamo scegliere lampade che cambiano colore, intensità e temperatura, adattandosi ai nostri ritmi e bisogni.

Anche i cambiamenti legati agli stili di vita e alle tecnologie hanno avuto un impatto importante. Passare molte ore davanti a schermi con luce fredda ha alterato la nostra percezione cromatica: ciò che prima appariva neutro – come la luce alogena – oggi ci sembra giallastro. In parallelo, l’impegno verso una maggiore sostenibilità ha portato all’eliminazione di molte sostanze inquinanti dalle vernici, e questo ci ha abituato a colori meno saturi, più naturali, spesso non perfettamente uniformi, ma dinamici, capaci di mutare nel tempo.

Tuttavia, nonostante questa evoluzione nella percezione collettiva, c’è ancora un certo ritardo nel mondo accademico e professionale. Salvo alcune eccezioni virtuose, il colore continua a essere considerato in modo marginale, come un’aggiunta estetica più che come un elemento strutturale del progetto. In questo senso, credo che oggi la società civile sia più avanti delle istituzioni e degli stessi progettisti.“

M.C.: “Il colore viene spesso considerato un elemento decorativo. Come possiamo invece riconoscerlo come parte integrante della struttura culturale e ambientale delle città?“

S.B.: “Basterebbe osservare attentamente la città mentre camminiamo: qual è il colore dominante che percepiamo? Quello delle facciate degli edifici? Dell’asfalto? Delle insegne luminose? Degli alberi nei parchi o magari delle persone che attraversano le strade? Ogni elemento concorre a comporre il paesaggio cromatico urbano.

Spesso non ci rendiamo conto che i colori sono una parte viva dell’identità di una città. Raccontano tradizioni, innovazioni, sensibilità culturali e relazioni con l’ambiente. Pensiamo, ad esempio, al rosso acceso delle foglie d’acero che tingono i viali delle città canadesi in autunno, o al rosa dei ciliegi in fiore nelle città giapponesi: immagini che diventano icone. Oppure ai gialli tenui di Milano, che caratterizzano i Navigli e molte architetture storiche, o ancora al giallo acceso dei taxi newyorkesi, che identifica in modo immediato le strade di Manhattan.

Anche il verde brillante e ordinato dei parchi londinesi è parte del patrimonio percettivo della città. Sono tutti esempi di come il colore vada ben oltre il valore estetico: è un linguaggio che struttura lo spazio, rafforza l’identità e contribuisce alla qualità dell’esperienza urbana.“

M.C.: “In tempi di crisi climatica e trasformazioni urbane profonde, che ruolo può giocare il colore nella rigenerazione sostenibile degli spazi che abitiamo ogni giorno?“

S.B.: “Il colore può essere uno strumento fondamentale per migliorare la qualità degli spazi urbani e contribuire al benessere ambientale. Pensiamo, ad esempio, alle isole greche, caratterizzate da paesaggi rocciosi e vegetazione rada, colpite da un sole intenso per buona parte dell’anno. La scelta di dipingere di bianco case e superfici non è soltanto estetica: il bianco riflette la luce e contribuisce naturalmente a mantenere gli interni freschi, amplificando l’effetto delle pareti spesse e delle piccole aperture.

Oggi sappiamo che dipingere tetti e pavimentazioni urbane di bianco può contribuire concretamente a contenere l’aumento delle temperature e il riscaldamento globale. Ma senza arrivare a soluzioni estreme, anche un uso consapevole e contestuale del colore può rendere le città più vivibili, ridurre la necessità di manutenzioni, contenere il consumo energetico e rafforzare il rapporto con la natura.

Pensiamo, per esempio, a una piazza urbana grigia: asfalto, cemento, metallo. Una superficie impermeabile, un’isola di calore. Ora immaginiamo quello stesso spazio rigenerato con finiture naturali e cromie ispirate alla terra, al legno, alla vegetazione. L’effetto non è solo estetico, ma anche funzionale, sensoriale, percettivo.

La Natura ci offre modelli straordinari. In miliardi di anni ha sviluppato soluzioni ingegneristiche come l’auto-riparazione, la resistenza in ambienti estremi, la gestione passiva dell’acqua o dell’energia. E spesso lo ha fatto anche attraverso l’uso del colore: mimetismo, attrazione, protezione. Il colore, in fondo, è uno strumento vitale. Dovremmo imparare a usarlo anche noi con la stessa intelligenza evolutiva.“

M.C.: “Hai curato ricerche per il Politecnico di Milano: secondo te, cosa può fare oggi l’università per formare una nuova generazione di progettisti attenti alla dimensione cromatica e sociale dell’abitare?”

S.B.: “Oggi affrontare in modo serio e completo un tema complesso come quello del colore è difficile all’interno di strutture accademiche fortemente verticalizzate. Negli ultimi anni l’università ha accentuato l’iperspecializzazione, a scapito di una visione trasversale e integrata, necessaria per affrontare la complessità della progettazione contemporanea.

Ciò che serve è un cambio di passo. Non solo sul colore, ma sull’intera impostazione della formazione. I progettisti di oggi – e ancora di più quelli di domani – hanno bisogno di strumenti che permettano di leggere il mondo, interpretare i cambiamenti e costruire soluzioni responsabili. Questo richiede menti aperte, approcci multidisciplinari e un forte stimolo alla creatività.

Per questo ritengo che tornare a studiare discipline apparentemente “inutili” – come la storia dell’arte, l’antropologia o la letteratura – possa essere, paradossalmente, la chiave per formare professionisti più completi. Il colore, in particolare, racchiude molteplici dimensioni: tecniche, culturali, percettive, simboliche. Introdurlo in modo strutturato nei percorsi accademici significherebbe non solo formare specialisti del colore, ma progettisti più consapevoli, capaci di connettere estetica, funzione e relazione umana.“

M.C.: “Da giornalista, conosci bene il potere delle parole. Quali strategie comunicative pensi siano più efficaci per far emergere il valore del colore nella progettazione urbana e superare i pregiudizi che ancora lo circondano?“

S.B.: “Tre parole possono aiutarci a raccontare il valore del colore oggi: bellezza, sostenibilità e inclusività. Il colore non è un accessorio, ma un linguaggio complesso, capace di tenere insieme dimensioni estetiche, sociali, ambientali, culturali e tecnologiche. È uno strumento potente per affrontare le sfide della contemporaneità.

Usare il colore richiede immaginazione, sensibilità e visione. Ci obbliga a pensare in modo creativo e armonico, a costruire soluzioni che tengano conto non solo della funzionalità, ma anche dell’equilibrio con l’ambiente e con le persone. In un’epoca in cui non possiamo più permetterci di progettare con superficialità, il colore ci invita a riflettere, ad ascoltare, a dialogare.

È un’occasione preziosa per ridefinire il nostro modo di costruire, per rimettere al centro la qualità della vita e la connessione con ciò che ci circonda. Per questo, parlare di colore oggi significa parlare di un progetto culturale e sociale, non solo visivo.“

M.C.: “C’è una città, o un progetto recente, che secondo te rappresenta bene l’uso del colore come strumento di inclusione, benessere e identità?“

S.B.: “Uno dei casi più emblematici degli ultimi anni è quello di Comfort Town, un quartiere residenziale sorto su un’ex area industriale di 500.000 metri quadrati a Kiev. Il progetto, firmato dallo studio ucraino Archimatica, è nato da una sfida complessa: risorse economiche limitate, bonifiche da effettuare e lavori avviati in piena crisi economica, nel 2008.

In questo contesto difficile, il colore è diventato una risorsa progettuale strategica. I progettisti lo hanno usato per dare identità a un luogo anonimo, per trasformare grigiore in vitalità. Gli edifici – più di 180 su oltre 40 ettari – sembrano costruiti con blocchi Lego: un quartiere arcobaleno pensato per trasmettere protezione, energia, positività.

Ma non si tratta solo di cromie: il colore è stato accompagnato da una rete di servizi essenziali, come scuole, negozi, palestre, ristoranti, spazi pubblici. Insieme, questi elementi hanno costruito un quartiere pensato per giovani famiglie e professionisti, proiettato verso un modello di città più europea, accogliente e inclusiva.
Un esempio concreto di come il colore, se usato in modo consapevole, possa incidere su benessere, identità e coesione sociale.”

M.C.: “Il tuo ingresso in IACC segna un punto d’incontro tra cultura del colore, architettura e responsabilità sociale. Cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida e quali temi senti più urgenti da portare avanti dentro questa rete internazionale?“

S.B.: “Entrare a far parte di IACC per me è prima di tutto un onore. È un contesto in cui il sapere e la bellezza conservano ancora un valore autentico, in un tempo in cui spesso competenza e profondità vengono oscurate da visibilità e improvvisazione. Mi affascina l’idea di essere parte di una rete internazionale che promuove il dialogo, lo studio, la responsabilità nel progetto.

Oggi abbiamo bisogno di grande preparazione e grande umiltà. Il nostro lavoro richiede la capacità di affrontare fenomeni complessi, usare strumenti nuovi – come l’intelligenza artificiale – e allo stesso tempo non perdere la direzione. Dobbiamo riscoprire il senso dell’armonia, dell’equilibrio con la natura e del rispetto verso gli altri.

Temi come la sostenibilità, l’inclusione, la giustizia sociale non possono più essere opzionali. Sono i pilastri su cui costruire un’architettura che guardi oltre il presente e oltre noi stessi. Per questo, credo che concetti come eleganza, misura e bellezza non vadano solo difesi, ma riconquistati come strumenti di progetto. Perché è proprio nella capacità di guardare lontano – verso gli altri, verso il futuro – che nasce il vero senso di responsabilità.“

Vuoi approfondire questi temi con uno sguardo progettuale e interdisciplinare?
L’8 settembre parte “Città a colori: questione di carattere e di benessere”, il corso MeM dedicato a progettisti, architetti e designer che vogliono scoprire come il colore possa trasformare lo spazio urbano in chiave sostenibile, inclusiva e identitaria.
 Scopri il programma completo