Wellness or well-being? They’re not the same thing

Does designing a wellness space necessarily mean designing for well-being?

This article stems from a reflection shared by Bettina Bolten, a MeM professor, Biophilic Design Consultant, and affiliate of the GREEN LEAF Laboratory at the University of Valle d’Aosta: “wellness” and “well-being” are terms that are increasingly common in the language of architecture and interior design, but they are often used interchangeably.

Wellness hotels, wellness offices, wellbeing design, spaces for wellbeing: these expressions have now become part of the vocabulary of design and communication. But are we really talking about the same thing?

The distinction goes beyond a mere question of terminology. Understanding it means asking ourselves what we mean when we say we want to design a people-centered space and, above all, what environmental conditions can truly contribute to the quality of the human experience and wellbeing over time.

We can incorporate a gym into an office, create a relaxation area in a hotel, or design a small spa within a home. These are elements that can support wellness-related practices. From this perspective, wellness primarily refers to intentional practices, activities, and behaviors focused on health and well-being.

But when discussing well-being, we must broaden our perspective to include the individual in relation to their environment and life context. Well-being, in fact, has a broader and multidimensional scope and concerns the overall quality of a person’s experience in relation to their physical, social, and cultural environment.

And it is precisely this distinction that serves as the starting point for our in-depth exploration.

 

Dal wellness alla ricerca di una condizione positiva di salute

Il concetto moderno di wellness inizia a consolidarsi nella seconda metà del Novecento. Una figura fondamentale è il medico statunitense Halbert L. Dunn, che nel 1959 pubblica l’articolo What High-Level Wellness Means e nel 1961 ne approfondisce il concetto nel libro High-Level Wellness.

In questa prospettiva, il wellness viene progressivamente definito come un processo attivo e intenzionale, attraverso il quale la persona adotta comportamenti e stili di vita orientati alla promozione e al mantenimento della salute, intervenendo su dimensioni quali attività fisica, alimentazione, qualità del sonno, gestione dello stress, prevenzione e cura di sé.

Sarebbe tuttavia riduttivo descriverlo esclusivamente come benessere fisico. Già nella sua evoluzione teorica il concetto assume una natura dinamica e multidimensionale.

Nel linguaggio contemporaneo, soprattutto commerciale, wellness viene spesso collegato a pratiche, servizi e comportamenti che favoriscono uno stile di vita salutare. È proprio questa accezione che ritroviamo frequentemente anche nel mondo dell’ospitalità, del workplace e nell’interior design.

Il wellbeing apre invece uno scenario ancora più ampio.

Crediti immagine: JAG Studio

Wellbeing: quando il benessere diventa multidimensionale

Il wellbeing riguarda la qualità complessiva dell’esperienza umana e viene studiato attraverso prospettive differenti in psicologia, salute pubblica e scienze sociali.

Un riferimento fondamentale arriva dalla Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, adottata nel 1946 ed entrata in vigore nel 1948, che definisce la salute come uno stato di benessere fisico, mentale e sociale, superando quindi una concezione fondata esclusivamente sull’assenza di malattia.

La ricerca psicologica ha successivamente articolato ulteriormente il concetto.

Carol D. Ryff, nel suo modello di Psychological Well-Being, individua sei dimensioni del funzionamento psicologico positivo: autonomia, padronanza dell’ambiente, crescita personale, relazioni positive con gli altri, scopo nella vita e accettazione di sé.

Un altro filone, legato agli studi dello psicologo Ed Diener sul Subjective Well-Being (SWB), concentra invece l’attenzione sulla valutazione che le persone stesse fanno della propria vita e sulle componenti affettive dell’esperienza. In questa prospettiva, il wellbeing comprende sia una componente cognitiva, legata alla soddisfazione per la propria vita, sia una componente affettiva, legata alla presenza di emozioni positive e negative.

Sono prospettive differenti, che mostrano come il wellbeing emerga da un insieme complesso di dimensioni e relazioni che caratterizzano l’esperienza della persona.

Relazioni con noi stessi, con gli altri, con le attività che svolgiamo e anche con gli ambienti nei quali trascorriamo la nostra quotidianità.

Crediti immagini: Sanjith Seetharam

Il wellbeing abita anche nello spazio

Qui la distinzione tra wellness e wellbeing diventa particolarmente interessante per architetti e interior designer.

Pensiamo a un ufficio dotato di palestra, area yoga e servizi dedicati alla salute. Potremmo considerarlo un ambiente fortemente orientato al wellness.

Ma cosa accade se le postazioni offrono poca privacy? Il rumore rende difficile concentrarsi? Le persone hanno scarso controllo sulle condizioni ambientali? La luce è inadeguata o la configurazione spaziale genera una continua sensazione di esposizione?

I servizi dedicati al wellness possono essere presenti, mentre l’esperienza complessiva dello spazio può raccontare qualcosa di completamente diverso.

Ed è qui che il progetto assume una responsabilità più ampia.

La ricerca sull’ambiente costruito sta infatti indagando sempre più attentamente il rapporto tra caratteristiche fisiche degli spazi e stati psicologici e fisiologici. Sulla qualità degli ambienti indoor, l’importanza di variabili come comfort termico, qualità dell’aria, rumore e illuminazione, sottolienano la necessità di studiare il wellbeing attraverso l’interazione dinamica tra cervello, corpo e ambiente.

Nel workplace, una revisione sistematica ha inoltre rilevato associazioni tra diversi indicatori di salute mentale lavorativa e caratteristiche dello spazio quali luce naturale, layout, comfort termico (flusso dell’aria, umidità, temperatura); per altri fattori, come rumore e colore, la base di evidenze disponibile risulta più limitata.

Questa precisazione è importante: progettare sulla base di evidenze scientifiche significa anche riconoscere dove la ricerca è solida e dove necessita ancora di approfondimenti.

Lo spazio, quindi, può essere considerato una delle variabili che partecipano alla costruzione del wellbeing, insieme a fattori individuali, sociali, culturali ed economici. Anche l’OMS sottolinea come la salute inizi nei luoghi della quotidianità: nelle case, nelle comunità, nelle scuole e nei luoghi di lavoro.

Crediti immagini: Victor Affaro

 

Dalla presenza della Natura all’esperienza rigenerativa

All’interno di questa prospettiva trova spazio anche il Biophilic Design.

Uno degli studi più influenti sul rapporto tra ambiente e salute umana è quello pubblicato da Roger Ulrich negli anni ‘80. Lo studio analizzò 46 pazienti sottoposti allo stesso tipo di intervento chirurgico, confrontando metà di essi ricoverati in stanze ospedaliere con una vista su una ricca vegetazione esterna, con l’altra metà sistemati in stanze con vista su un muro in mattoni. I pazienti con vista sulla vegetazione presentarono, nel campione studiato, degenze postoperatorie più brevi e un minore ricorso ad analgesici, oltre a valutazioni più positive riportate dal personale ospedaliero.

La relazione tra Natura, ambienti costruiti e salute è stata indagata attraverso numerosi filoni di ricerca.

La meta-analisi The relationship between nature connectedness and happiness del 2014 di Capaldi, Dopko e Zelenski, che ha integrato i risultati di 30 campioni per un totale di 8.523 partecipanti, ha evidenziato una relazione positiva tra connessione con la Natura e wellbeing. L’associazione è emersa in particolare rispetto a dimensioni quali affettività positiva, vitalità e soddisfazione di vita, sebbene con un effetto complessivamente contenuto.

Il biologo Giuseppe Barbiero e la psicologa Rita Berto hanno proposto un quadro teorico che collega biofilia, rigenerazione e progettazione degli ambienti costruiti. Il loro lavoro evidenzia inoltre come gli ambienti biofili possano essere progettati e valutati attraverso un approccio sperimentale, anziché affidarsi alla semplice presenza decorativa di elementi naturali.

Giuseppe Barbiero e la consulente di Biophilic Design Bettina Bolten hanno, invece, sviluppato un protocollo scientifico che traduce le conoscenze sulla biofilia e sulla relazione Uomo–Natura in criteri applicabili alla progettazione e alla valutazione degli ambienti costruiti, attraverso una lettura integrata delle diverse dimensioni sensoriali, percettive e relazionali dell’esperienza con la Natura. Il protocollo si fonda sulla psicologia evoluzionistica e prende in considerazione, tra gli altri, aspetti quali la qualità della luce naturale e il controllo della luce artificiale, il comfort termico, le viste sulla Natura, il comfort acustico e le opportunità di orientamento, protezione e controllo dell’ambiente, e molti altri citeri.

Inserire semplicemente la Natura in uno spazio e progettare un ambiente realmente biofilo sono due operazioni differenti.

La progettazione biofila non consiste nella semplice presenza di elementi naturali, ma nel progettare condizioni ambientali capaci di attivare e sostenere la relazione tra le Persone e Natura. Questa relazione coinvolge molteplici dimensioni dell’esperienza: la percezione e l’elaborazione degli stimoli sensoriali, la possibilità di orientarsi e avere controllo sull’ambiente, il senso di sicurezza e di protezione, la qualità delle relazioni spaziali e le opportunità di recupero e rigenerazione.

Crediti immagini: BoysPlayNice

Dal wellness design al progetto del wellbeing

La differenza tra wellness e wellbeing, quindi, diventa molto concreta quando entra nello studio di progettazione.

Progettare per il wellness può significare facilitare comportamenti salutari: incoraggiare il movimento, offrire servizi dedicati all’attività fisica, creare aree per il relax o favorire determinate abitudini.

Progettare considerando il wellbeing richiede uno sguardo più sistemico.

Significa chiedersi come una persona percepisce lo spazio, quanto riesce a comprenderlo e orientarsi, quali possibilità di scelta possiede, se può regolare alcuni stimoli ambientali, quali occasioni di privacy o socialità trova, quale carico sensoriale riceve e quali opportunità ha di recuperare le proprie risorse attentive e psicofisiche.

In questa prospettiva, luce, acustica, qualità dell’aria, temperatura, materiali, colore, configurazione spaziale, densità, vegetazione e possibilità di controllo diventano variabili di progetto da mettere in relazione con le persone e con le attività che quello spazio dovrà accogliere.

È una differenza sottile, ma sostanziale.

Il progetto smette di chiedersi soltanto:

“Quali elementi possiamo inserire per favorire il benessere?”

e comincia a domandarsi:

“Quale esperienza produrrà questo ambiente nelle persone che lo vivranno ogni giorno?”

È proprio in questo passaggio che Psicologia Ambientale e Biophilic Design possono offrire alla progettazione contemporanea strumenti particolarmente validi.

Perché il wellbeing difficilmente può essere aggiunto a uno spazio alla fine del progetto.

Va considerato fin dall’inizio di ogni progetto, nel modo in cui lo spazio viene pensato, organizzato, percepito e vissuto.

 

Riferimenti bibliografici

  • Dunn, H. L. (1959). High-Level Wellness for Man and Society. American Journal of Public Health and the Nations Health, 49(6), 786–792.
  • Ryff, C. D. (1989). Happiness Is Everything, or Is It? Explorations on the Meaning of Psychological Well-Being. Journal of Personality and Social Psychology, 57(6), 1069–1081.
  • Diener, E. (1984). Subjective Well-Being. Psychological Bulletin, 95(3), 542–575.
  • Ulrich, R. S. (1984). View through a Window May Influence Recovery from Surgery. Science, 224(4647), 420–421.
  • Capaldi, C. A., Dopko, R. L., & Zelenski, J. M. (2014). The Relationship between Nature Connectedness and Happiness: A Meta-Analysis. Frontiers in Psychology, 5, 976.
  • Barbiero, G., & Berto, R. (2021). Biophilia as Evolutionary Adaptation: An Onto- and Phylogenetic Framework for Biophilic Design. Frontiers in Psychology, 12, 700709.
  • World Health Organization. Constitution of the World Health Organization. WHO.